Un racconto di amore e magia, #1.5
Nadine Mutas
Traduzione di Ernesto Pavan
La strega Anjali Gupta ha un segreto incriminante.
All’età di dodici anni, Anjali ha salvato la vita di un ragazzo non molto più grande di lei. La qual cosa sarebbe una buona azione… se quel ragazzo non fosse un demone ombra, la cui specie Anjali dovrebbe cacciare e uccidere. Ora, dieci anni più tardi, Anjali scopre che l’oscuro e sfuggente protettore che per anni l’ha difesa in segreto è il demone ombra che lei aveva salvato. Decisa ad affrontare il passato, Anjali si confronta col demone per scoprire se salvargli la vita sia stato giusto… o se ha invece commesso l’errore più grande della sua vita.
Thorne non ha mai dimenticato la ragazza il cui inspiegabile atto di generosità gli ha salvato la vita. Per anni è stato il suo silenzioso e furtivo protettore, senza avere il coraggio di dare seguito al suo desiderio nei confronti di lei. Quando Anjali si insinua cocciutamente nella sua vita – e ancora più a fondo nel suo cuore – lui combatte contro la passione che scaturisce fra loro… perché il segreto che serba ha il potere di distruggerla.
* * *
Capitolo 1
Thorne si avvolse strettamente nelle ombre coi suoi poteri demoniaci e seguì furtivamente la fiera mentre essa si aggirava non vista per il parco. Badando a non smuovere le foglie sul terreno, fece meno rumore possibile, mantenendosi al coperto dietro agli alberi. Non che fosse necessario nascondersi al mastino infernale che faceva la posta fra i cespugli lungo il sentiero. Anche se Thorne si fosse messo proprio di fronte al canide demoniaco, quello non lo avrebbe visto.
Ma la giovane donna alla quale la belva stava dando la caccia lo avrebbe fatto.
Anjali camminava a testa alta, i capelli neri raccolti in una elegante coda di cavallo che ondeggiava al ritmo del suo passo leggero. Passò lo sguardo sull’ambiente circostante, all’erta, ma senza dare segni di paura. Teneva una mano sulla borsetta che aveva a tracolla, l’altra infilata nella tasca del cappotto. La luce della luna le baciava il viso, accarezzando di argento la pelle normalmente olivastra.
Thorne attraversò il sentiero alle spalle della ragazza, tenendosi nascosto, e serrò più strettamente le ombre attorno a sé. Esse lo avvilupparono e gli ricaddero addosso come uno scudo di tenebra, accarezzandogli la pelle; una coltre nera e vivente che lo rendeva invisibile a qualunque creatura, streghe comprese. Era quel potere a rendere gli ereba – i demoni ombra – così pericolosi per le streghe, al punto che essi erano considerati una minaccia da uccidere a vista. Lui era in grado di avvicinarsi furtivamente a qualunque strega e annientarla prima che lei anche solo sospettasse la sua presenza.
Beh, qualunque strega tranne quella che camminava per il parco di fronte a lui.
Ancora due passi e Anjali avrebbe raggiunto il mastino infernale, che se ne stava accovacciato e pronto a balzare addosso alla ragazza. Tre volte la stazza di un lupo, la creatura aveva la testa e il collo più o meno a livello del petto di Thorne quando se ne stava accovacciata. Lui estrasse il pugnale. Sfruttando la furtività innata della sua specie demoniaca, ruotò su se stesso di fronte alla fiera e le tagliò la gola. Il guaito di dolore del mastino morì in un gorgoglio mentre il sangue spruzzava dall’enorme ferita.
Thorne piroettò fuori dalla portata della creatura moribonda e osservò la ragazza. Nell’udire il rumore di lotta, lei si era fermata. Inclinò la testa e si guardò alle spalle, ma non si voltò. Il suo alito si condensava nella gelida notte primaverile.
Maledizione, il mastino morente faceva troppo rumore. Thorne conficcò il pugnale nell’occhio della fiera. Il mastino infernale smise di contorcersi e il fruscio e il gorgoglio cessarono. Lo sguardo fisso sulla sua strega, Thorne indietreggiò nel folto dei cespugli. Quegli occhi – del marrone sconcertante che lui conosceva, che lui ricordava – scrutarono fra i cespugli e gli alberi dove lui era nascosto. D’istinto, Thorne rafforzò la propria schermatura, fino a quando le sue mani non tremarono per la spesa di potere, anche se gli alberi fornivano una copertura migliore dalla vista di Anjali.
In quanto chāyā darśinī, “persona che vede le ombre,” Anjali possedeva la dote unica e rara di individuare gli ereba come lui; una risorsa preziosissima per la comunità delle streghe. La qual cosa la rendeva il bersaglio numero uno per i demoni ombra.
Dopo un attimo di esitazione, la giovane distolse lo sguardo, riprendendo a camminare.
Thorne esalò il fiato che aveva trattenuto fino a quel momento. Un’altra sera e un’altra minaccia da cui aveva salvato Anjali senza che lei lo sapesse. Asciugò il pugnale sul pelo ispido del mastino infernale e rinfoderò la lama. Questa volta, c’era mancato poco: Anjali lo aveva quasi notato. In futuro, Thorne avrebbe badato a risolvere per tempo il problema, quando la minaccia era ancora distante dalla giovane, per evitare che eventuali rumori raggiungessero le orecchie di lei. Non poteva permettersi di diventare incauto.
Lei non deve vedermi. Non importava quanto lui volesse che gli occhi di Anjali si posassero ancora una volta su di lui, che lo riconoscessero, non importava quanto volesse finalmente toccarla, accarezzare quella pelle bronzea, lei non doveva assolutamente vederlo. Era meglio che non sapesse nemmeno della sua esistenza. In quel modo, Thorne non avrebbe potuto farle del male.
E per quanto lui volesse credere che la ragazza che un tempo gli aveva salvato la vita, che aveva mentito alla propria famiglia di streghe quando lo aveva visto raggomitolato in quel covo di demoni tanti anni prima, lo avrebbe protetto di nuovo, non poteva correre il rischio di uscire allo scoperto.
Col cuore pesante e la pelle che pulsava di desiderio, seguì la sua strega per il resto della strada, assicurandosi che arrivasse a casa sana e salva, come sempre. Solo quando la porta della villetta ristrutturata della sua famiglia di streghe si chiuse alle spalle di Anjali e la luce si accese nella sua stanza al primo piano, Thorne si voltò e si incamminò verso casa sua.
Sarebbe tornato l’indomani, spinto dalla fascinazione impossibile e pericolosa per una strega che non avrebbe mai potuto avere. Smettere di seguirla non era un’opzione. Non quando nel suo cuore ardeva una domanda che lui non riusciva a levarsi dalla testa: perché lei gli aveva risparmiato la vita, quando lui era proprio ciò che, in teoria, avrebbe dovuto individuare e uccidere?
* * *
Il demone l’aveva seguita di nuovo.
Era davvero lui? Erano trascorsi dieci lunghi anni e Anjali non aveva mai smesso di chiedersi che fine avesse fatto il giovane demone che aveva salvato quella notte. Capelli neri che incorniciavano un viso bianco come la neve, sporco, ma angelico. Occhi azzurro ghiaccio che l’avevano colpita nel profondo, inchiodandola sul posto come un incantesimo paralizzante ben lanciato. Doveva scoprire se quello era davvero lui.
Scoprire se il demone era l’errore più grosso che lei avesse mai commesso in vita sua.
Accese la luce in camera sua, quindi girò sui tacchi e ne uscì subito. Scendendo di corsa le scale, controllò di avere in tasca l’amuleto non-ti-curar-di-me. La sua mano si chiuse attorno al piccolo specchio incantato mentre il suo cuore martellava.
“Anju, esci di nuovo?” Zia Madhuri fece capolino dalla cucina.
Merda. Anjali si fermò di colpo con la mano sulla porta sul retro. “Sì.”
Alla vista della sua mausi – la sorella di sua madre – lo stomaco di Anjali si annodò mentre il senso di colpa le serrava il petto. Era stata zia Madhuri quella a cui aveva mentito tanti anni prima, quando aveva fallito l’unico compito che si supponeva sapesse fare e permesso all’unico demone ombra che avesse mai visto di sfuggirle. Non perché paralizzata dalla paura, non perché non fosse riuscita ad agire, no. Salvare quel ragazzo era stata una decisione cosciente.
Una decisione che non aveva mai smesso di tormentarla.
Zia Madhuri si ravviò dietro l’orecchio una ciocca degli ondulati capelli color mogano. “Ma sei appena tornata.”
“Ho dimenticato una cosa.” Anjali non aveva tempo. Ogni secondo di ritardo rendeva più probabile che lei perdesse l’occasione di seguire il demone.
“Si sta facendo tardi.” Zia Madhuri si accigliò, osservando attentamente Anjali con i suoi astuti occhi marroni. “Porta Kiran con te.”
Dei, no. Anjali non poteva avere sua cugina a fiatarle sul collo. Non in quel momento. “Non serve, Mausi-ji. Sto solo andando dai Murray a trovare Maeve,” mentì spudoratamente, annotandosi a mente di inviare un messaggio alla sua migliore amica per chiederle di coprirla, nel caso zia Madhuri avesse chiamato per controllare. “Mi ha chiesto di andare a trovarla e di dormire da lei. Tornerò domani.” Tormentandosi il labbro, lanciò un’occhiata alla porta. Avrebbe fatto meglio a uscire dall’ingresso principale.
“Non saprei. Dovresti–”
“Ma no, andrà tutto bene. Ho la collana con me.” Anjali estrasse l’amuleto protettivo da sotto la giacca e lo fece dondolare di fronte alla sua mausi.
Zia Madhuri esitò.
“Scusa, devo andare!” Ciò detto, Anjali corse fuori.
Non appena la porta si chiuse alle sue spalle, lei attivò l’amuleto non-ti-curar-di-me.
“Na mām dṛṣya,” mormorò.
Le parole, infuse di magia, risucchiarono potere da lei con la forza di una calamita industriale. Barcollando, si aggrappò alla ringhiera della veranda. Le viscere che bruciavano come se qualcuno le avesse trascinate sull’asfalto, Anjali gemette e si strinse il petto. Attorno a lei, l’incantesimo di invisibilità creò una coltre luccicante.
Porca troia. Quello sì che era un amuleto potente. Non c’era da stupirsi che lei avesse impiegato mesi ad accumulare una quantità sufficiente della sua debole magia per incantare lo specchietto. Persino una strega nel pieno dei suoi poteri, come zia Madhuri, avrebbe sofferto nell’infondere l’amuleto di potere.
Completamente invisibile a qualunque creatura vivente, Anjali corse attorno alla casa e lungo la strada che portava al cantiere, fino al punto in cui aveva visto il demone per l’ultima volta. Ombre vorticanti, più profonde del normale, pulsanti.
E se non fosse riuscita a trovarlo? E se era troppo tardi per seguirlo? Avrebbe dovuto attivare l’amuleto prima di tornare a casa, prima che il demone avesse la possibilità di svanire. Ma in tal caso, lui avrebbe potuto vederla e l’unica occasione di entrare finalmente in contatto col suo sfuggente e oscuro protettore sarebbe svanita a sua volta.
Circa un anno prima, aveva notato che qualcuno la seguiva, proteggendola di nascosto, ma aveva impiegato mesi di attenta osservazione per scoprire che si trattava di un demone ombra. Sebbene non fosse improbabile che il demone in questione fosse il ragazzo che lei aveva salvato all’epoca, Anjali non poteva esserne sicura senza vederlo.
E aveva bisogno di vederlo, aveva bisogno di sapere se quello era davvero il sopravvissuto. Aveva sbagliato a lasciarlo andare? Persino i demoni ombra bambini crescevano, diventando ereba adulti che costituivano una minaccia per tutte le streghe. Anjali non aveva alcuna prova, se non l’istinto che le diceva che lui era diverso. E se avesse ucciso qualcuno? Ogni vita innocente da lui distrutta sarebbe stata colpa di Anjali, pesandole sulla coscienza come una montagna di senso di colpa, macchiandole l’anima.
Oh, lei aveva cercato di ritrovare il giovane demone che aveva salvato, di verificare se forse, solo forse, egli non si fosse dato al male. I suoi sforzi non avevano prodotto alcun risultato. Il demone era scomparso senza lasciare traccia.
Solo quando si era resa conto che era un demone ombra quello che la seguiva e la proteggeva, Anjali aveva finalmente avuto l’occasione di affrontare il passato. Di scoprire che razza d’uomo era diventato il ragazzo.
Raggiunse il cantiere, tutti i sensi all’erta. Non c’erano movimenti attorno alla casa nuova ancora in corso di costruzione. Il demone se n’era già andato. Oltrepassando di corsa il cantiere, Anjali scrutò la zona, in cerca del caratteristico scurirsi delle ombre.
Ecco. Il suo cuore spiccò un balzo, quindi le martellò in gola.
All’incrocio successivo, notò qualcosa che si muoveva lungo la staccionata delle case lungo la strada. Una sagoma nera che a chiunque altro non sarebbe parsa che un’ombra statica. Agli occhi di Anjali, l’ombra si fece più profonda, quindi si trasformò in un uomo, visibile come alla luce del giorno. Con indosso jeans scuri e una felpa nera dal cappuccio sollevato, il demone camminava con le mani in tasca, l’andatura leggera, ogni passo che lasciava trapelare una forza controllata.
L’entusiasmo le pulsò nelle vene. Era lui? Impossibile dirlo da quella distanza, col cappuccio che gli copriva la faccia. Doveva vederlo da davanti.
Con passo leggero, lo seguì frettolosamente, fino a quando solo cinque metri la separarono dall’uomo che era stato la sua guardia del corpo segreta per chissà quanti anni. Doveva rimanere furtiva. Lui non poteva vederla, no, ma se Anjali avesse fatto baccano, avrebbe potuto benissimo sentirla.
Anjali lo seguì nella notte, con la pioggia primaverile che le sfiorava il viso. Le strade dei sobborghi si congiunsero con la periferia della Portland vera e propria, coi grattacieli che torreggiavano su entrambi i lati della strada. Il demone entrò in uno stretto vicolo fra due edifici di mattoni segnati dalle intemperie e si fermò di fronte a un portello.
Quando il demone si guardò a destra e a sinistra, lei resistette all’impulso di andare a nascondersi dietro una delle pattumiere. Il cuore le martellò nelle orecchie quando lui guardò nella sua direzione. Oh, dei. Fate che regga, fate che l’incantesimo regga. Il viso nascosto sotto il cappuccio della felpa – Anjali non riusciva ancora a distinguere i suoi lineamenti – il demone rimase rivolto nella sua direzione, come se stesse osservando l’ingresso del vicolo per assicurarsi che nessuno lo stesse guardando. All’apparenza soddisfatto, si chinò ad aprire il portello.
Un sospiro di sollievo le sfuggì bruscamente dai polmoni.
Il demone spalancò le ante e balzò all’interno. Il portello si richiuse rumorosamente alle sue spalle.
Anjali attese per qualche istante, spostando il peso del corpo da un piede all’altro, i muscoli che guizzavano. Attendere troppo e perderlo o lanciarsi troppo presto e rischiare di attirare la sua attenzione? Quante decisioni.
Mordicchiandosi il labbro inferiore, Anjali corse dietro al demone. Il prezzo che aveva pagato per l’amuleto non-ti-curar-di-me era troppo grande per sprecarlo perdendo la pista. Doveva dare una bella occhiata al volto del demone, avere conferma che quello era il ragazzo che aveva visto tanto tempo prima, in quel decrepito covo di demoni. Una volta avuta la certezza che fosse lui, avrebbe dovuto seguirlo per un po’, osservarlo da dietro la copertura del suo incantesimo di invisibilità.
Certo, avrebbe potuto semplicemente dire alla sua famiglia che un demone ombra la seguiva e loro avrebbero potuto tendergli un agguato, ucciderlo col suo aiuto. Se il tormentoso senso di colpa per il fatto di averlo lasciato andare e la paura che egli potesse essersi dato al male fossero state le uniche emozioni a guidarla, allora sì, Anjali avrebbe fatto così. Ma nel profondo di lei, una parte del suo animo – quella che l’aveva spinta a risparmiare la vita del demone tanto tempo prima – era ancora aggrappata a una semplice speranza, che si riassumeva in una domanda: era davvero valsa la pena risparmiargli la vita?
Il più silenziosamente possibile, Anjali sollevò un’anta del portellone e sbirciò all’interno. Una corta scaletta conduceva a un corridoio seminterrato, le cui pareti di mattoni grezzi erano illuminate da luci soffuse. Anjali entrò, chiudendo l’anta con tale delicatezza che le tremarono i muscoli. Tendendo le orecchie nella semioscurità, si guardò attorno. Un rumore leggero attirò la sua attenzione verso una porta aperta in fondo al corridoio.
Anjali entrò in punta di piedi nella stanza, notando i mucchi di mobili abbandonati da tempo e gli scatoloni marci – nonché il refolo di potere nell’angolo in fondo. Il suo cuore sembrava un martello pneumatico. Il demone ombra si accovacciò e tirò qualcosa sul pavimento. Una botola apparve in mezzo a un luccichio.
Anjali inalò di colpo. Un passaggio segreto, dall’impronta energetica palesemente demoniaca. Ovunque esso portasse, era stato creato per essere invisibile a occhi di strega. Se l’erebos non lo avesse toccato, lei avrebbe potuto anche starci sopra e non si sarebbe resa conto della sua presenza.
Il che significava che doveva scendere subito, fintanto che il demone teneva il passaggio aperto per sé. Una volta che lo avesse richiuso, esso sarebbe svanito e sarebbe rimasto invisibile, e nulla di ciò che Anjali poteva fare lo avrebbe evocato di nuovo.
Col cuore in gola, Anjali corse in avanti, urtando e rovesciando una vecchia lampada. Merda.
Il demone si immobilizzò, quindi si voltò di scatto, scrutando nell’oscurità e tenendo la mano sulla botola.
Ora o mai più.
Anjali saltò nel buco, dal quale si intravedeva a malapena il terreno sottostante. Quando i suoi piedi toccarono terra, lei barcollò, cadde e andò a sbattere contro la parete del tunnel. Il dolore le esplose nella spalla e lungo il fianco. Sibilò a denti stretti e si alzò, le gambe che tremavano.
Il fiato le entrava e usciva veloce dai polmoni. Il battito del cuore le martellava nella testa.
Ma non fu la brutta caduta a sconvolgerla. Con gli occhi spalancati, fissò i frammenti dello specchietto incantato sparsi sul terreno, i pezzi dell’amuleto non-ti-curar-di-me infranto.
Ommer–
Il demone le atterrò di fronte, gli stivali pesanti che polverizzarono le schegge. Deglutendo, Anjali passò lo sguardo sulle sue gambe lunghe, sui fianchi stretti fasciati dai jeans, sulla felpa nera… fino al viso. Il cappuccio era caduto all’indietro, rivelando i lineamenti del demone. Capelli neri, molto lunghi e arruffati con noncuranza, incorniciavano un viso pallido dalla bellezza aggraziata e mascolina. Zigomi alti, naso dritto, labbra dalla curva perfetta. E quegli occhi… Leggermente sollevati agli angoli e di un blu glaciale, le fecero venire in mente una singola parola: espressivi.
Il suo petto si contrasse mentre il suo cuore spiccava un salto mortale.
Era lui.
* * *




