• Ombre demoniache – Capitolo 2

    Era lei.

    La sua strega, la sua Anjali, era di fronte a lui, apparsa dal nulla come un’allucinazione. Alcune ondulate ciocche d’onice erano sfuggite alla coda di cavallo, accarezzandole il viso. Un graffio le segnava la guancia nel punto in cui aveva sfregato contro il muro. I profondi occhi marroni, quelli che lui aveva sognato per dieci anni, stavano guardando proprio lui. Lo vedevano.

    Il suo cuore cadde a piombo, lasciandosi alle spalle un lungo brivido quasi doloroso. A seguire quell’entusiasmo, tuttavia, giunse un’ondata di paura. Thorne scrutò il tunnel in cerca di altre streghe. Anjali era sola? E come cazzo aveva fatto ad avvicinarsi così tanto a lui senza essere vista? Essere seguito da qualcuno era davvero una novità per lui. Una novità che Thorne non apprezzava particolarmente.

    Mentre spostava il peso del corpo, del vetro scricchiolò sotto i suoi stivali e lui abbassò lo sguardo. Uno specchio. I pezzi del puzzle si congiunsero nella sua mente. Una specie di amuleto di invisibilità. Astuto.

    Con la gola asciutta, Thorne parlò prima di riuscire a trattenersi. “Cosa diavolo ci fai qui?”

    Quegli occhi magnifici si spalancarono. La giovane prese fiato.

    Complimenti, Thorne. Era la prima volta che rivolgeva la parola alla ragazza della quale era ossessionato da un decennio e si comportava come uno stronzo. Esalò uno sbuffo d’aria. “Volevo dire… Non dovresti essere qui. Dovresti–”

    “Come ti chiami?”

    “Cosa?” L’euforia gli esplose nelle vene. Vuole sapere chi sono. Scosse la testa, scacciando la speranza e il desiderio impossibili che stavano sbocciando dentro di lui. No, assolutamente no, non avrebbe fatto una bella chiacchierata con lei, non lì e non in quel momento. Forse mai. Per il bene di Anjali. E poi, chissà, magari lei voleva sapere il suo nome in modo da tradirlo con la sua famiglia di streghe.

    Thorne si ritirò fra le ombre del tunnel e indicò la scaletta che portava alla botola. “Devi andartene.”

    “Quello che devo,” disse la giovane, accorciando la distanza che lui aveva appena creato fra di loro, “è sapere il tuo nome.”

    Qualcosa di simile al panico pulsò sotto la pelle di Thorne. Lui contrasse la mascella e raddrizzò le spalle. “No. Vai a casa.”

    La ragazza si avvicinò ancora, il mento sollevato in quella maniera testarda, una luce di determinazione negli occhi. “Sono dieci anni che la tua immagine mi tormenta. È come se ti conoscessi, quando non ci siamo mai scambiati nemmeno una parola. Dimmi come ti chiami.”

    La voce della giovane scivolò come seta ruvida sulla pelle di Thorne; il suo timbro era profondo e perennemente troppo roco per una ragazza di quell’età. Thorne aveva sempre amato sentirla parlare, quando l’ascoltava da lontano. E ora – per la prima volta – lei stava parlando con lui. Si ricordava di lui. Rendersene conto non avrebbe dovuto essere così visceralmente entusiasmante, ma cazzo, parte di lui ne era orgogliosissima.

    “Per favore.” Quelle due parole mormorate lo accarezzarono, oltrepassando di soppiatto le sue difese e raggiungendo luoghi dentro di lui che erano avvizziti tempo prima, strattonando parti della sua anima che lui aveva creduto ormai morte. Anjali le aveva riportate in vita.

    La bocca di Thorne si aprì per rivelarle il suo nome, ma lui si trattenne in tempo, la chiuse e serrò la mascella così forte da farsi male. Doveva piantarla, troncare sul nascere qualunque assurda idea lei avesse di fare la sua conoscenza. Considerato il potenziale distruttivo del segreto che lui le teneva, conoscerlo avrebbe condotto inevitabilmente al disastro. Thorne non poteva permettersi di rovinarla. Non lei.

    Abbassando lo sguardo sul punto in cui le luci flebili del tunnel sfumavano nell’oscurità che conduceva alla rete sotterranea, Thorne fece un passo di lato, badando a non sfiorare Anjali. Non si fidava di se stesso: toccarla avrebbe potuto avere conseguenze disastrose. Come cedere all’impulso di spingerla contro la parete grezza e impadronirsi di quelle labbra che promettevano i sapori del paradiso. Doveva levarsi dalle palle prima che qualche abitante della città sotterranea che si sviluppava sotto Portland passasse da quelle parti. Se i demoni avessero scoperto una strega in uno dei loro tunnel, Anjali non sarebbe sopravvissuta per raccontarlo.

    Thorne indicò nuovamente l’uscita che portava al sotterraneo. “Per l’ultima volta: vattene.”

    “No.” Incrociando le braccia di fronte al petto, Anjali allargò le gambe e lo guardò dritto negli occhi. “Voglio delle risposte. Chi sei–”

    La ragazza si interruppe quando i cardini della botola scricchiolarono.

    Nell’istante che la giovane impiegò a sussultare per la sorpresa provocata dal demone che scendeva la scaletta, Thorne la schiacciò contro la parete del tunnel, avvolgendoli entrambi nella sua cappa di ombre. Le coprì la bocca con la mano e le mormorò nell’orecchio: “Silenzio.” Il suo potere demoniaco era in grado di attenuare parzialmente i suoni, ma un forte rumore proveniente dalle ombre sarebbe stato comunque udibile all’esterno.

    Gli occhi marroni spalancati, Anjali annuì in maniera infinitesimale. Il suo fiato caldo sfiorò la sommità della mano di Thorne, dapprima velocemente, per poi rallentare quando la giovane riprese il controllo del proprio respiro. La sua pelle era morbida come lui aveva immaginato; invitava un uomo a soffermarsi, a concedersi pigre carezze, a perdersi in fantasie decadenti. Con la giovane premuta strettamente contro di lui, come Thorne aveva sognato mille volte, il contatto inaspettato con Anjali, la sua vicinanza, erano devastanti per il suo equilibrio. Il suo corpo si indurì al solo accenno di come sarebbe stato essere pelle contro pelle con quelle curve, averla avvolta attorno a sé in preda a un’estasi sensuale.

    Il respiro di Thorne, che fino a quel momento era stato tranquillo e controllato, si fece rapido, irregolare. Cedendo al bisogno egoista che aveva dentro, tenne la mano sulla bocca di Anjali molto più a lungo del necessario, crogiolandosi nel calore delle labbra di lei contro il palmo. In fondo, era solo un demone.

    Dopo un momento di debolezza, afferrò la mano della giovane, che lei si era portata al viso quando lui l’aveva spinta contro il muro; il contatto fisico era necessario a mantenere la ragazza all’interno della coltre di ombre. Con uno sforzo immenso, Thorne strappò lo sguardo da quegli occhi del colore di un’ambra scurissima. Le pupille della giovane si erano dilatate, ingoiando quasi l’iride; se ciò fosse avvenuto per paura o per una diversa reazione viscerale – una alla quale Thorne avrebbe faticato resistere – lui non era in grado di determinarlo.

    Si guardò alle spalle verso l’uscita sul seminterrato, i muscoli tesi, mentre la demonessa scendeva; la sua pelle da rettile e gli occhi che brillavano al buio tradivano la sua natura di membro della specie shedim. La demonessa scrutò il tunnel, ignara della strega e dell’erebos nascosti fra le ombre. Non per la prima volta in vita sua, Thorne fu infinitamente grato che il suo potere di occultamento avesse effetto anche sugli altri demoni. Avrebbe portato Anjali fuori dal tunnel e in un territorio più sicuro non appena la demonessa li avrebbe oltrepassati, anche a costo di portarcela di peso.

    La sheid stava per oltrepassarli, ma un’esclamazione proveniente dalle sue spalle la fermò. Thorne rimase di sasso. Maledizione.

    Girando sui tacchi, la sheid fronteggiò il demone maschio che stava scendendo in quel momento dalla scaletta. Sputò alcune parole selezionate nella lingua shedim. Il maschio rispose con qualcosa di altrettanto brusco. Che bello, pensò sarcastico Thorne. Un bisticcio fra innamorati. Naturalmente, proprio in mezzo alla via di fuga sua e di Anjali.

    Mentre i due shedim continuavano a discutere, Thorne lanciò un’occhiata lungo il tunnel, calcolando quanto lontano avrebbe dovuto portare Anjali all’interno della rete sotterranea per trovare un’uscita alternativa. Con la sua strega al seguito, poteva anche scordarsi di passare da Conor per farsi assegnare un nuovo incarico. Avrebbe dovuto tornare più tardi, dopo essersi assicurato che Anjali fosse arrivata a casa sana e salva. O perlomeno che non girovagasse ancora nel territorio dei demoni.

    L’uscita che portava all’edificio dove viveva Thorne non era molto lontana. Strinse i denti. Tanto vale…

    Approfittando della rumorosa invettiva della sheid per coprire il rumore, si chinò e mormorò all’orecchio di Anjali: “Muoviti con me. Attenta a dove metti i piedi. Non emettere un suono.”

    * * *

    Col fiato caldo del demone ombra che le accarezzava l’orecchio, Anjali chiuse gli occhi per un istante, lasciandosi andare al brivido che le correva lungo la spina dorsale e spandeva calore languido nelle sue parti femminili. Buoni dei, non avrebbe proprio dovuto trovare l’essere bloccata dalla stazza di un demone letale così peccaminosamente… seducente. Soprattutto considerato che solo pochi passi e la cappa di ombre la separavano da una coppia di demoni che discuteva aggressivamente. La situazione necessitava cautela, freddezza e un sano istinto di conservazione. E tuttavia, le sue viscere avevano preso a formicolare nell’istante in cui il suo cupo protettore l’aveva spinta contro la parete, il corpo duro, nel calore di un abbraccio scatenato.

    Annuì quando il demone le diede istruzioni. Con l’incantesimo di invisibilità infranto e il piano iniziale compromesso, aveva dovuto pensare velocemente e riprendere il controllo della situazione. Dato che non poteva più spiare il demone da dietro la copertura fornita dal suo amuleto, l’unico modo per conoscerlo era… conoscerlo. Per cui si era tuffata di testa, decisa a non lasciare che lui le sfuggisse nella notte. Lo avrebbe inseguito come un cane da fiuto, se necessario. Lui non le avrebbe fatto del male: aveva avuto un milione di occasioni negli ultimi due anni, ma non aveva fatto altro che proteggerla.

    “Adesso.” Un comando mormorato dal suo erebos, la carezza di seta dei suoi capelli che le sfiorava la guancia mentre questi si allontanava quanto bastava per consentirle di camminargli accanto.

    Seguendolo, Anjali inalò il suo profumo unico: terra baciata dalla pioggia, mescolata al profumo di libri. Libri. Avrebbe voluto lasciarsi andare a un gemito. Di tutti i profumi del mondo, il demone ombra da cui lei era ossessionata doveva proprio profumare come una libreria accogliente. Ti pareva.

    Il demone mantenne una presa salda sulla sua mano, un gesto stranamente romantico anche se, di certo, non voleva essere tale. Anjali osservò il campo di energia scintillante che li circondava, il cui effetto visivo era simile a quello del suo amuleto non-ti-curar-di-me, solo… più scuro. All’improvviso, Anjali capì: il demone aveva bisogno di toccare la pelle nuda per accogliere un’altra persona nella sua cappa di ombre.

    Il demone la condusse lungo il tunnel nella direzione opposta all’uscita nel seminterrato, lasciandosi alle spalle i due demoni litigiosi. Un momento. I due non stavano più litigando, stavano…

    “Bleah.” Il lieve suono di disgusto le sfuggì prima che lei riuscisse a trattenersi.

    La sua demoniaca guardia del corpo personale le lanciò un’occhiata di rimprovero.

    “Scusa. È solo che… ho bisogno di candeggina. Per gli occhi,” mormorò lei contro il palmo della mano, coprendosi la bocca nel tentativo di bloccare un attacco di nausea. Quella di demoni dalla pelle di rettile che ci davano dentro era appena balzata in cima alla sua lista di Scene a cui nessuno dovrebbe mai assistere.

    L’erebos si guardò alle spalle. Spalancò gli occhi. Voltò di scatto la testa e tremò, allungando il passo. “Ciò che è stato visto non può essere svisto,” mormorò, a voce talmente bassa da raggiungere a malapena alle sue orecchie.

    Anjali mise un piede in fallo mentre un sorriso bruciava dentro di lei di fronte all’affermazione del demone.

    Solo dopo che ebbero svoltato un angolo, frapponendo ulteriore spazio fra loro e la coppia indaffarata, lei trovò il coraggio di parlare, a bassa voce. Non che i due demoni coperti di scaglie se ne sarebbero accorti, considerato che erano impegnati a emettere forti rumori che ricordavano quelli dei gatti che sputavano palle di pelo. “Erano… Hanno la coda?”

    Il suo demone ombra annuì mentre il volto diventava incredibilmente bianco.

    “Cosa stavano… Come… Con le code…”

    “Lascia perdere.” La smorfia del demone lasciava intendere che questi avesse appena ingoiato un secchio di lumache.

    “Sai,” mormorò Anjali, “questo mi porta alla mente brutti ricordi di quando ho letto un porno coi dinosauri, l’anno scorso.”

    Il demone si fermò tanto bruscamente che lei andò a sbattergli addosso. Facendo un passo indietro, lui la fissò. “Perché mai… Come…” Scosse la testa. “Non sono sicuro di volerlo sapere.”

    Anjali avvampò come se avesse immerso la faccia nella lava. “Aspetta, no, non è come sembra. L’anno scorso si parlava un sacco di porno coi dinosauri su Twitter e Maeve – la mia migliore amica – mi aveva sfidato a leggerne uno, per cui lo abbiamo fatto insieme; sai, per farci quattro risate.”

    “Un momento.” Il demone si strinse il ponte del naso. “Esistono davvero libri porno coi dinosauri?”

    “Già.”

    “Ci sono, tipo, due dinosauri che lo fanno?”

    “Ehm, no, si tratta per lo più di donne umane che ci danno dentro con un dinosauro. O due.”

    Il demone la fissò.

    “Ti è andato in fumo il cervello?” chiese a bassa voce lei.

    Il suo povero demone ombra annuì, il volto privo di espressione.

    “È tutto a posto.” Anjali gli accarezzò il braccio. “Ho fatto fatica anch’io. Ci ho messo dei mesi per levarmi quell’immagine dalla testa.”

    Il demone rabbrividì.

    Il suono di qualcosa che grattava più in là lungo il tunnel li immobilizzò entrambi. In una frazione di secondo, l’erebos spinse Anjali alle sue spalle con la mano con cui teneva la sua. Col cuore che le picchiava contro le costole, lei afferrò il tessuto della sua felpa con l’altra mano per sorreggersi. Il demone aveva la grazia letale di un predatore ferino, la tensione che era come un lieve ronzio sotto la sua postura rilassata, lo sguardo fisso sulla fonte del suono.

    Cinque secondi dopo, un animale delle dimensioni di un coguaro si avvicinò con passo felpato lungo il tunnel. Con le zampe dalla lunghezza innaturale che si muovevano in una maniera semplicemente sbagliata, la creatura si avvicinò. Le luci soffuse illuminarono quella che pareva una pelle spessa e priva di pelo, simile a quella di un rinoceronte. La fiera aprì la bocca, dotata di file di denti affilati che sarebbero state l’invidia di qualunque squalo. Si fermò proprio di fronte ad Anjali e al suo demone. Annusando, la creatura voltò la testa verso il loro nascondiglio.

    Il terrore percorse le membra di Anjali come un vento gelido. Il cuore che tuonava nella testa, lei trattenne il fiato.

    Il bagliore delle ombre che li avvolgevano si fece più intenso e l’aria venne sfocata da ondate di energia oscura. Respirando tranquillamente, l’erebos rimase di fronte a lei con l’atteggiamento tranquillo, ma attento, di un domatore di fronte a una tigre. Se la mano che teneva quella di Anjali non avesse tremato leggermente, lei non si sarebbe mai resa conto che il demone era preoccupato.

    La creatura simile a un rinoceronte diede un’ultima annusata, quindi scosse la testa e ringhiò, allontanandosi trotterellando.

    Una volta che la belva fu svanita, Anjali esalò silenziosamente il fiato che aveva trattenuto, i muscoli che tremavano mentre si esauriva l’effetto dell’adrenalina. “Porca miseria,” mormorò, appoggiando la fronte alla schiena del demone.

    Questi si voltò di scatto, portandole una mano alla gola. Gli occhi azzurro ghiaccio che bruciavano di fuoco freddo, il demone incrociò il suo sguardo. “È per questo che volevo che tu te ne andassi,” disse, la voce un ringhio sommesso. “Sei stata una sciocca a seguirmi qui. Incauta. Non ti importa nulla della tua vita?”

    Anjali succhiò aria fra i denti di fronte all’intensità della sua rabbia, di fronte all’emozione cruda scolpita sul suo viso. La mano del demone attorno alla sua nuca avrebbe dovuto essere minacciosa; senza dubbio, il gesto aveva lo scopo di intimidire. Tuttavia, la sua presa era molto delicata; gentile, persino. Se egli avesse avuto la minima intenzione di farle del male, l’amuleto protettivo che Anjali indossava lo avrebbe respinto in un istante, infrangendo la sua presa e dandole una possibilità di difendersi. Il fatto che l’amuleto fosse inattivo sbugiardava tutti gli sforzi, da parte del demone, di intimidirla.

    “Non sono indifesa come sembra,” mormorò lei. “Sono venuta qui con un amuleto di invisibilità che ha ingannato persino te, ricordi? Se non si fosse rotto nella caduta, tu non avresti tuttora idea della mia presenza. E lo stesso varrebbe tra gli altri demoni. E poi, ho una collana incantata che mi protegge.”

    Il demone abbassò lo sguardo sulla sottile catenella attorno al collo di Anjali. La sua mascella si serrò a formare una linea dura. “Quel genere di amuleti è monouso. Immaginiamo che tu venga aggredita e che l’amuleto ti protegga, ma non metta fuori combattimento il tuo aggressore. Ora l’amuleto si è esaurito.” Occhi del colore dei cieli invernali incrociarono lo sguardo di quelli di Anjali. “E tu sei indifesa come un gattino.”

    Sostenendo lo sguardo di sfida del demone, Anjali attivò di soppiatto il meccanismo che le spinse nel palmo della mano il pugnale che portava in un fodero legato al polso. Con un sorriso sulle labbra, si sporse in avanti e premette la punta della lama contro l’inguine del demone. “I gattini hanno gli artigli.”

    * * *

    Thorne soffocò una risata, la gioia una leggera palpitazione nel suo petto. Non avrebbe dovuto essere così allegro con una lama affilata che gli minacciava le palle, ma porca miseria, il trucchetto di Anjali gli faceva venire voglia di sorridere. Alla faccia degli artigli.

    “Immagino,” disse, la voce completamente seria, perché non poteva permettere che la ragazza pensasse di aver fatto colpo su di lui con l’estrazione del pugnale, “che tu sia anche abbastanza veloce da tagliare la gola di un demone quando questi ti salta addosso?”

    “Certo che–”

    Prima che lei finisse di parlare, Thorne le aveva strappato la lama di mano e gliela aveva premuta contro la gola. Con gli occhi spalancati, la giovane deglutì, i muscoli del collo che si muovevano sotto il metallo lucido del pugnale. Gli afferrò il polso con una mano, contrastando la sua presa per tenere la lama lontana, mentre con l’altra gli premeva contro il petto.

    L’oscurità vorticò fra di loro.

    “Tu non mi farai del male,” disse lei, il tono roco della sua voce una squisita carezza.

    Thorne serrò la mascella e strinse gli occhi; non voleva ammettere che lei aveva ragione. “Non è questo il punto.” Si sporse in avanti, assicurandosi di farle capire che ciò che stava per dire era sincero. “Adesso ti porto fuori da questi tunnel e ti accompagno in una zona più sicura della città; poi tu andrai a casa senza guardarti alle spalle. Ti dimenticherai del nostro incontro e non cercherai mai più di seguirmi. Se cercherai di mettermi contro la tua famiglia, io sparirò prima ancora che loro abbiano messo un piede fuori di casa. Capito?”

    Il volto della ragazza si indurì di una palese determinazione e lei sollevò il mento. “No.”

    Thorne imprecò. “Non hai l’attrezzatura giusta per girovagare nel territorio dei demoni. Tu, fra tutte le streghe, dovresti restare lontana dal pericolo.” Thorne fece una pausa. “Da me.”

    Qualcosa si mosse negli splendidi occhi di Anjali. La giovane sbatté rapidamente le palpebre e abbassò lo sguardo mentre linee sottili si formavano attorno alla sua bocca. “Io non–”

    Un peso gigantesco andò a sbattere contro il fianco di Anjali, strappandola dalle mani di Thorne. Con un grido soffocato, la giovane si schiantò al suolo mentre lui indietreggiava barcollando e perdeva la presa sul pugnale, sbilanciato dalla forza dell’attacco improvviso. Un istante dopo, l’amuleto protettivo di Anjali si attivò. Una luce brillante esplose dalla collana mentre un colpo di puro potere spingeva via la creatura sopra di lei, catapultandola contro la parete opposta.

    Thorne si voltò e si frappose fra Anjali e la belva ferita, il suo pugnale pronto in mano. L’animale era lo stesso che era passato loro vicino pochi istanti prima: il membro di una specie di demone sotterranei di nome skelos. Come aveva fatto a vedere attraverso la cappa di ombre di Thorne? Lui si era tenuto stretto… ‘Fanculo, non si era tenuto stretto Anjali per tutto il tempo. Quando le aveva premuto il pugnale alla gola, lei aveva liberato la mano dalla sua presa, e lui non se n’era accorto prima di quel momento. Anjali era rimasta senza la protezione delle ombre, mentre lui era ancora nascosto. E la fiera l’aveva presa di mira. Merda, merda, merda.

    Alle sue spalle, Anjali si mosse e gemette.

    Thorne le lanciò un’occhiata. Quel momento di distrazione gli costò caro. Lo skelos si scagliò nuovamente contro Anjali. Nel farlo, andò a sbattere contro Thorne – che era ancora avvolto nelle ombre e invisibile alla fiera – e l’impatto li gettò entrambi a terra. Il dolore gli esplose nelle spalle e nella schiena quando atterrò duramente e rotolò su se stesso, impigliato nella creatura. Ruggendo, lo skelos prese a mordere a casaccio, consapevole ora della presenza di Thorne, ma incapace di vederlo.

    Thorne sferrò una pugnalata nello stesso istante in cui le mascelle della belva si strinsero sul suo fianco. Denti affilati come quelli di un piranha affondarono nell’anca di Thorne e lui si morse il labbro per non gridare. La sua lama affondò nel collo della creatura, ma mancò la giugulare e la spina dorsale. Dannazione.

    Lo skelos si contorse, gridando, e i suoi spasmi frenetici strapparono il pugnale dalle mani di Thorne. Ora disarmato, lui fu costretto a usare le mani nude e alcuni movimenti spaventosamente acrobatici per impedire alla creatura di farlo a pezzi. Aveva un altro coltello in un fodero assicurato al polpaccio destro, ma fra le convulsioni della bestia e i suoi tentativi di sfuggire agli artigli laceranti da un lato e agli spaventosi denti dall’altro, Thorne non riuscì a trovare nemmeno un istante per afferrare la lama di riserva.

    Con un movimento troppo veloce perché lui potesse evitarlo, lo skelos li fece rotolare entrambi. La creatura inchiodò Thorne al suolo con le zampe anteriori, affondando gli artigli nel suo petto e nelle sue spalle. La mente di Thorne ignorò il dolore devastante. Perse la presa sulla sua cappa di ombre e il velo nero che lo celava agli occhi della creatura tremolò e svanì.

    Lo skelos ringhiò, lo sguardo fisso su Thorne. La creatura sollevò la testa, le mascelle spalancate, gli occhi gialli che brillavano di concentrazione rapace, pronto a strappare la gola della sua preda. Con gli artigli della fiera che ancora lo inchiodavano a terra come una farfalla trafitta da uno spillo nella collezione di un entomologo, lui non riusciva a muoversi, non riusciva a difendersi. Per un gelido istante, la sua mente venne schiacciata dalla consapevolezza che era giunta la fine. Stava per morire.

    Qualcosa lampeggiò di fronte a lui, le luci del tunnel riflesse sulla lama che splendé sul collo dello skelos. Anjali spiccò un balzo all’indietro, stringendo fortemente il pugnale. Il grido della fiera si trasformò in un gorgoglio quando il sangue fuoriuscì dalla gola lacerata, spruzzando Thorne con una nebbia calda e rossa.

    Contorcendosi, la creatura gli si levò di dosso, sferrandogli un calcio. Thorne rimbalzò qualche metro più in là e – porca miseria, all’impatto col terreno le ferite al fianco e al petto gli fecero un male cane. Una sofferenza simile a quella di una carezza con del filo spinato gli corse lungo i nervi, mozzandogli il fiato per un istante; per poco non svenne.

    Il grido soffocato di Anjali gli fece riprendere conoscenza in un istante.

    Sputacchiando il terriccio che aveva inalato, Thorne rotolò e si mise in piedi. Mentre si raddrizzava, sussultò per le fitte al fianco e al petto. La fiera aveva smesso di muoversi, l’enorme corpo ormai senza vita, ma a quanto pareva aveva colpito Anjali mentre si contorceva in preda agli spasmi mortali. La giovane giaceva immobile come lo skelos, mezza coperta da una zampa artigliata.

    No. Il sangue gelò nelle vene di Thorne. Anjali non poteva essere – no.

    La raggiunse immediatamente; il dolore pulsante delle sue ferite era un semplice pizzicotto al confronto della paura che lo trafiggeva. Con una spinta, la liberò dalla zampa dell’animale. Col cuore in gola, l’ansia un pugno gelido nello stomaco, controllò il battito sul collo. Le sue dita incontrarono una debole pulsazione. Debole, ma costante.

    Esalando un sospiro di immenso sollievo, Thorne chinò il capo per un istante, la mano ancora sulla pelle morbida del collo di Anjali, la sua cappa di ombre che la avvolgeva assieme a lui. C’è mancato poco. L’aveva quasi persa. La guardò in viso, quasi pacifico nell’incoscienza. Ciglia aggraziate si inarcavano sopra gli occhi della giovane. Le sue ciglia nere si piegavano a ventaglio sulle guance in una curva elegante, accarezzando la sua pelle del colore della sabbia del Sahara scaldato dal sole. Le sue labbra erano schiuse, spingendolo a formulare pensieri assolutamente inappropriati. Non avrebbe dovuto fare il cascamorto con una donna priva di conoscenza.

    Infilate le braccia sotto le ginocchia e la schiena di Anjali, Thorne la sollevò da terra. La ferita al fianco lanciò un grido di protesta per lo sforzo mentre ogni respiro gli mandava ondate di fuoco nel petto. Strinse i denti e si alzò barcollando. Serrando la mascella fino a farsela dolere, rimase immobile per un istante, cercando di farsi forza. Andiamo, Thorne. Non è la prima volta che sei ferito e sanguinante. Hai passato di peggio.

    Thorne inalò dal naso e si mise in cammino.

    * * *

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