• Ombre demoniache – Capitolo 3

    Il profumo di libri raggiunse il naso di Anjali prima ancora che lei riprendesse conoscenza e aprisse gli occhi. Mmh, è come entrare in una di quelle piccole e accoglienti librerie stracolme di letteratura. Aveva sempre amato il momento dell’ingresso in una libreria, l’ingresso in un mondo di narrativa, fantasia e splendide fughe in altri mondi.

    Le sue palpebre si aprirono. Una luce soffusa la accolse, proveniente da una singola lampada da lettura in acciaio sul comodino alla sua destra. Anjali rotolò su un fianco e si mise seduta; subito, una violenta pulsazione nella testa la punì per quel movimento. Porca miseria, che male. Si massaggiò le tempie, cercando di alleviare il dolore che le lacerava il cranio. La sua mano toccò qualcosa di bagnato e lei si accigliò alla vista del sangue.

    Giusto. Il mostruoso rinoceronte nel tunnel l’aveva colpita e lei era caduta, andando a sbattere la testa contro il muro… ed era svenuta. Com’era arrivata fin lì? Era stato il suo demone ombra a portarcela? E dov’era ? Era la casa del demone? E come diamine si chiamava lui?

    Con troppe domande e troppo poche risposte, oltre che con un mal di testa galoppante, Anjali scivolò lentamente verso il bordo del letto e guardò la stanza. Era una semplice camera da letto, con un comodino, un cassettone, un letto… e, oh, grossomodo un migliaio di libri ficcati in ogni pertugio.

    Era davvero come essere in una libreria, uno di quei pittoreschi, vecchi negozi dove ogni singolo spazio disponibile era colmo di materiale da lettura, gli scaffali che arrivavano fino al soffitto e pile di libri a dividere la stanza a mo’ di mobilio.

    Lasciando che le sue dita scivolassero sulle pile ordinate di romanzi, Anjali si incamminò verso la singola porta nella parete alla sua sinistra. Essa conduceva a un salotto con altre tre porte, una delle quali sembrava l’ingresso dell’appartamento, mentre le altre due si aprivano rispettivamente su una piccola cucina e su un bagno. Ancora una volta, la stanza era colma di libri, disposti sugli scaffali, impilati su tavolini, accumulati contro il divano… sul quale giaceva, privo di conoscenza, il demone ombra di Anjali.

    Anjali si avvicinò in punta di piedi. Il demone indossava ancora i vestiti dell’ultima volta. C’erano degli strappi nella felpa nera, che rivelavano la pelle sottostante… e le ferite riportate dal demone. Anjali ebbe un sussulto. Sotto il sangue – che abbondava – erano visibili ampie lesioni. Come diamine era riuscito il demone a trasportarla con quelle lesioni? Buoni dei. Doveva soffrire terribilmente.

    Anjali si recò subito in bagno e cercò silenziosamente un kit di pronto soccorso. Dopo averlo trovato, tornò indietro e si inginocchiò di fianco al demone. Dopo aver lanciato un’occhiata alla felpa lacerata, tirò fuori le forbici dal kit. Il modo migliore per avere accesso alle ferite era tagliare la stoffa. Tanto, la felpa era rovinata comunque.

    Col fiato sospeso e cercando di tener ferma la mano, Anjali infilò le forbici sotto la stoffa, badando a non toccare la pelle del demone. Aveva appena eseguito il primo taglio quando lui le afferrò il polso e le allontanò il braccio. Il demone le aveva avvolto l’altra mano attorno alla gola, stringendo con forza sufficiente a farla annaspare. Occhi del colore di un ghiacciaio la guardavano fisso, brillanti di una minaccia istintiva e difensiva.

    “Voglio solo… aiutarti,” riuscì a dire lei, nonostante il demone la stesse strozzando.

    Il demone ebbe un attimo di esitazione e lo sguardo rapace svanì dai suoi occhi, sostituito da qualcosa di simile al rammarico. Borbottando un’imprecazione, le lasciò la gola, ma mantenne la presa sul suo polso.

    “Sei ferito. Lascia che mi prenda cura di te.”

    Il demone deglutì e scosse la testa. “Sto bene. Guarisco in fretta.” Allontanandole la mano, aggiunse: “Ho solo bisogno di riposare.”

    Col cavolo che lei lo avrebbe lasciato sanguinare in quel modo. Si sporse in avanti, premendo contro la sua presa, e caricò di determinazione le sue parole. “Lasciami fare.”

    Lui la fissò. Le lo fissò di rimando. Fu un silenzioso scontro di volontà che durò circa un minuto. Il demone le mollò il polso, annuì e tornò ad appoggiarsi al divano. Senza ulteriori esitazioni, Anjali tagliò via i resti della felpa e della maglietta sottostante. Apparve alla vista un campo di battaglia fatto di sangue e di pelle lacerata. Stando a quanto lei riusciva a vedere, il mostro aveva affondato gli artigli nel petto del demone e in alcuni punti della spalla, non limitandosi a danneggiare la pelle, ma lacerando anche i muscoli.

    “Per alcune di queste ferite ci sarà bisogno di mettere dei punti,” mormorò lei, il petto che doleva per la compassione nei confronti del demone. Lanciò un’occhiata al suo viso, mentre l’ansia la attraversava in un lampo.

    “Non serve. Si chiuderanno da sole.” Alla vista dell’espressione senza dubbio incredula di Anjali, il demone aggiunse: “È uno dei vantaggi dell’essere un demone ombra. Guarisco a una velocità spaventosa.” Il demone fece spallucce, quindi grugnì e la sua espressione si fece più dura. A quanto pareva, si era dimenticato delle condizioni delle sue spalle.

    “Stai fermo.” Anjali gli appoggiò una mano sul braccio; era assolutamente necessario alleviare il suo dolore.

    Voltandosi verso la ciotola di acqua che si era procurata, inumidì uno straccio e tamponò le ferite, il meno possibile, limitandosi al necessario. Il demone non sussultò quando lo straccio toccò la sua pelle lacerata. Ogni tanto, Anjali controllava la sua espressione, ma lui non mostrava il minimo sforzo o segno di dolore. Bella faccia da poker.

    Dopo aver ripulito tutto il sangue, le ferite non parvero gravi quanto prima, anche se sarebbero state mortali per un maschio umano. Contro ogni decenza, lo sguardo di Anjali si soffermò sui piani del torace del demone. Aveva la corporatura di un aggraziato e letale maestro di arti marziali, con tutti i muscoli importanti per il combattimento corpo a corpo ben tonici, e sembrava aver guadagnato la propria forza non allenandosi in palestra, ma combattendo per la sopravvivenza.

    Nonostante la gravità della situazione, l’eco del pericolo al quale erano sfuggiti a stento e il fatto che fissare un uomo ferito fosse del tutto inappropriato, il calore avvampò nel viso di Anjali, nel suo petto… e molto più in basso.

    Anjali dedicò la propria attenzione al kit di pronto soccorso e ne estrasse il contenuto. Lui è ferito, per gli dei. Smettila di guardarlo come se fosse la tua merenda preferita. Versò dell’alcol su un dischetto di cotone e lanciò un’occhiata al demone. Nei suoi occhi c’era una concentrazione che lei non aveva visto prima. Inclinò la testa, l’espressione fin troppo perspicace.

    Anjali abbassò lo sguardo e tossì mentre il suo viso veniva invaso da ulteriore calore. Distrailo. “Ehm, so che sto per dire un’ovvietà, ma questo ti farà un male cane.”

    Il demone lasciò ricadere la testa contro il bracciolo del divano. “Sono abituato al dolore.”

    Anjali avvertì una stretta al cuore. Le parole del demone parlavano di esperienze molto più profonde dell’occasionale rissa. Non sembrava che egli volesse vantarsi o far colpo su di lei. C’era qualcosa nascosto dietro quella sua affermazione, una tristezza vuota così grande che rischiava di strozzarla. Che razza di sofferenza poteva portare a quel genere di rassegnazione? Anjali tamponò le lacerazioni sul petto del demone, trattenendo il fiato per quello che doveva essere un dolore da stringere i denti. Il demone ebbe un lieve sussulto al primo bruciore dell’alcol, ma poi rimase storicamente immobile.

    Chiedi qualcosa. È la tua occasione di conoscerlo. Doveva scoprire se il demone fosse buono o malvagio e, dato che non poteva certo porgli direttamente la domanda – Bella casa, wow, quanti libri, a proposito, per caso sei un pazzo assassino? – doveva approfondire la faccenda per gradi. E poi, farlo parlare avrebbe dissolto il silenzio opprimente che pesava su entrambi come una cappa.

    Anjali si schiarì la voce. “Allora, ehm, tu vivi qui?”

    “Sì.”

    Anjali attese che il demone aggiungesse altro.Lui non lo fece.

    È come cavare un dente. “Da quanto vivi qui?”

    “Da un po’.”

    Andiamo, dammi qualcosa su cui lavorare. “Hai parecchi libri.”

    “Lo so.”

    “Li hai letti tutti?”

    “Sì.”

    Anjali emise un grugnito frustrato e tamponò una delle ferite con più forza del necessario. L’infame non si mosse nemmeno. O forse sì? Il suo petto tremava e lei gli lanciò un’occhiata al viso. Serrando le labbra, il demone la guardò con una luce maliziosa negli occhi, quasi come se stesse… trattenendo una risata?

    Anjali ringhiò e gettò a terra il dischetto di cotone. “Mi stai prendendo in giro!”

    “Certo che no.” Il demone fece un coraggioso tentativo di mantenere un’espressione seria. Durò cinque secondi. Ridendo, ammise: “Sì. Sì, ti sto prendendo in giro.”

    Sbalordita, Anjali lo fissò. Non era il fatto che stesse giocando con lei a lasciarla a bocca aperta, tuttavia. Era la trasformazione che avveniva sul suo viso quando rideva. I suoi occhi si illuminavano, brillando come neve fresca illuminata dal sole, piccole linee si diffondevano dagli angoli e un sorriso terribilmente bello gli spuntava sul viso, dandogli un fascino giovanile che le strattonava il cuore e aveva uno strano effetto sul suo ventre.

    Per le Potenze, Anjali aveva una gran voglia di baciarlo. Baciarlo mentre ancora rideva, dare un bacetto a ciascun angolo delle sue labbra, mordicchiargli il labbro inferiore e sorridere contro il suo sorriso, labbra contro labbra. Lui le avrebbe accarezzato il viso mentre si baciavano? Le avrebbe messo una mano sulla nuca, intrecciato le dita ai suoi capelli? Avrebbe preso il comando o lasciato che fosse lei a esplorare?

    Il respiro di Anjali si ruppe. Un formicolio di ipersensibilità si diffuse ovunque sulla sua pelle. Il calore si accumulò nel suo sesso e lei serrò le cosce e chiuse le mani a pugno.

    Non poteva provare quei sentimenti nei confronti del demone. Quel… Qualunque cosa stesse nascendo fra di loro non avrebbe fatto altro che complicare il suo piano. Doveva conoscerlo meglio, sì, ma anche mantenere la calma, rimanere neutrale e non permettere che il suo giudizio venisse annebbiato da un’attrazione non voluta e del tutto sconveniente nei confronti di un demone che poteva sempre rivelarsi un nemico. Che ormai lui le avesse già salvato la vita in numerose occasioni non significava che non costituisse una minaccia per le altre streghe.

    Anjali si schiarì la voce, abbassò lo sguardo, mise a freno gli ormoni e prese un nuovo dischetto di cotone per disinfettare le ferite del demone. Questi cambiò posizione sul divano e il movimento rivelò un’altra ferita sul suo fianco sinistro, quello rivolto verso lo schienale del divano. Anjali non lo aveva nemmeno notato, prima. Sante Potenze. Un involontario verso sconvolto le sfuggì. Quello era… il segno di un’enorme mascella? La belva lo aveva morso lì, affondando i denti affilati come rasoi nella carne del demone e lacerandogli il fianco.

    Anjali si coprì la bocca con la mano. “Oddei. Quello…” Traendo un respiro tremante, incrociò lo sguardo del demone. “Come diamine hai fatto a portarmi fin qui con quello?”

    Il demone digrignò i denti e distolse lo sguardo, arrossendo in viso. “Non è niente. Non è grave come sembra.”

    “Piantala.”

    “Di fare cosa?”

    “Di sminuirti. È come se credessi di non meritare nessuna lode.”

    Lo sguardo del demone si indurì. “È così.”

    Il petto di Anjali si gonfiò per l’enorme respiro che le toccò trarre per calmarsi. “Quello che hai fatto è fantastico. Mi hai salvato la vita. Mi hai portata al sicuro mentre sanguinavi quasi a morte. Se ti sento ancora sminuire quello che hai fatto, giuro che dimenticherò di essere una persona pacifica e ti prenderò a schiaffi.”

    “A schiaffi?” La bocca del demone si sollevò agli angoli.

    Anjali avvampò in viso e raddrizzò la schiena. “Proprio così. So essere feroce.”

    Il demone serrò le labbra. Nei suoi occhi danzava un’ilarità incontrollata. “Mi piacerebbe vederlo.”

    Anjali lo fissò per un istante. Poi, senza preavviso, si mosse, con l’intento di dargli una schicchera all’orecchio. Non riuscì nemmeno ad avvicinarsi. Il demone le afferrò la mano e la attirò a sé prima che lei avesse anche solo modo di prendere fiato. Sconvolta e scossa, Anjali gli rovinò addosso, il petto premuto contro quello di lui, il sedere sul divano accanto a lui, i piedi ancora sul pavimento. Il suo volto era ora a pochi centimetri da quello del demone. Decisamente troppo vicino a quella bocca dannatamente baciabile.

    “Perché?” La domanda del demone era bassa e stridula.

    Anjali strappò lo sguardo dalle sue labbra invitanti per portarlo sui suoi occhi e deglutì con la gola secca. “Perché cosa?”

    “Perché mi hai risparmiato la vita tanti anni fa?”

    * * *

    Gli splendidi occhi di Anjali si spalancarono. Quel marrone caldo e ricco… lo avrebbe fatto impazzire. Punteggiati da minuscole pagliuzze d’oro che Thorne non aveva mai notato in precedenza – conseguenza del fatto che aveva dovuto mantenere le distanze – gli occhi della ragazza erano ancora più sconcertanti da vicino di quanto lui ricordasse.

    Spaparanzata sopra di lui, la sensazione dei seni che premevano contro il suo petto ad anestetizzare il dolore pulsante delle ferite, Anjali lo fissò, la bocca spalancata in una O di pura sorpresa. Dannazione, ora tutta l’attenzione di Thorne era concentrata su quelle labbra, sulla curva piena che lui avrebbe voluto disperatamente leccare, assaporare… mordere.

    Concentrati. Thorne si schiarì la voce e riportò a fatica lo sguardo sugli occhi della giovane. “Dimmi perché.”

    Anjali distolse lo sguardo. “Ehm, non ricordo.”

    “Cazzate. Hai detto che la mia immagine ti tormenta. Non puoi essertelo dimenticato. Dimmelo.”

    Qualcosa cambiò nello sguardo della giovane. “Va bene. Se tu mi dici il tuo nome.”

    “No.”

    “Se vuoi una cosa, devi darne un’altra in cambio. Verità per verità. Fiducia per fiducia.”

    Il suo primo impulso fu di spingerla via. Il suo istinto di costruire e mantenere mura attorno a sé – soprattutto verso di lei – era così radicato da fargli venire voglia di terminare la conversazione, respingere Anjali e tornare a quello che era il suo precario status quo.

    Ma… qualcosa, in lui, ardeva dalla voglia di cambiare. Un profondo desiderio di condividere, di aprirsi, di entrare in contatto, soprattutto con lei.

    “Thorne.” Il nome gli uscì dalla bocca prima che lui potesse analizzare ulteriormente quel pericoloso bisogno di essere visto.

    I lineamenti del viso di Anjali si intenerirono. “Thorne,” ripeté, e il suo nome sulle labbra di lei fu la più dolce delle benedizioni. La giovane sorrise e inclinò la testa. “Piacere di conoscerti, Thorne.”

    Ondate di calore e di pungente stimolo lo attraversarono, concentrandosi sul suo inguine. Avrebbe voluto dire qualcosa, rispondere con arguzia, ma non si fidava della sua voce. Si accontentò di un cenno del capo che sperava sembrasse composto.

    Deglutendo, Anjali si spostò un poco. Il movimento delle sue duttili curve sul corpo di Thorne lo costrinse a tendere i muscoli per trattenersi dal tirarsela tutta addosso.

    “Quando ti ho visto allora,” esordì la giovane, a bassa voce, “ho avuto una sensazione. Era come se tu fossi speciale, come se la tua vita fosse speciale. Ho visto qualcosa in te. Del bene. Della luce.”

    Thorne trattenne a stento uno sbuffo. Che ironia. “Solo tu.”

    Gli occhi di Anjali incrociarono il suo sguardo, un ipnotico marrone punteggiato d’ambra. “Cosa?”

    “Solo tu potevi trovare il tempo per guardare la luce in un demone ombra.”

    Un piccolo sorriso ornò le labbra di Anjali, per poi svanire un istante dopo. “Da quanto mi proteggi?”

    “Otto anni, mese più o mese meno.”

    Anjali prese fiato. “Perché?”

    Thorne si accigliò. “Che significa? Tu mi hai salvato la vita.”

    “Sì, e tu hai salvato la mia già cento volte. Sono certa che tu abbia pagato il tuo debito di sangue poco dopo aver cominciato a seguirmi. Allora perché hai continuato a proteggermi?”

    Thorne esitò. Verità per verità. Fiducia per fiducia. Lui voleva che Anjali sapesse, desiderava follemente che lei si rendesse conto di quanto il suo semplice atto di gentilezza lo avesse commosso. “All’inizio ero curioso. Affascinato. Sei stata buona con me senza un motivo apparente, in un momento in cui… diciamo solo che non ero abituato a essere oggetto di gentilezza disinteressata.”

    Dopo che la sua famiglia lo aveva cacciato, costringendolo a vivere per strada da solo, Thorne si era visto costretto a fare di tutto in cambio di qualche avanzo e di un riparo. In quanto demone ombra, di notte poteva usare la sua cappa per entrare ovunque e rubare ciò di cui aveva bisogno. Ma a volte, era difficile trovare un luogo sicuro dove trascorrere la giornata, quando lui non poteva fare affidamento sui suoi poteri demoniaci ed era vulnerabile alla luce del sole. E a volte, il luogo sicuro aveva quel genere di prezzo che lasciava cicatrici nell’anima…

    Lo sguardo di Anjali si incupì. “Eri solo un bambino.”

    “Sì, beh, il mondo può essere un luogo pericoloso per un bambino solo.”

    “Solo?”

    Thorne scosse la testa. “Non ha importanza, ora.” La sua mano accentuò la presa sul polso della ragazza, accarezzando col pollice la pelle morbida. “Tu,” disse con voce stridula. “Tu sei stata gentile. Io non capivo perché. Per cui, più tardi, ti ho ritrovata. Ti ho guardata, cercando di capire. Ero in debito con te, per cui, quando finivi nei guai, io ti proteggevo. Quando ti ho salvato la vita, ho capito che dovevo continuare. Non ce l’ho proprio fatta a smettere di proteggerti.”

    Anjali trattenne il fiato, pendendo dalle sue labbra, lo sguardo che continuava a correre fra gli occhi e le labbra di Thorne. “Perché?” Era un sussurro intimo.

    La voce di Thorne si abbassò fino a un mormorio sommesso. “Perché è quello che succede quando ti svegli una notte e ti rendi conto che la vita di un’altra persona è diventata più importante della tua.”

    Anjali avvampò. “Cosa–”

    “Tu hai dato un senso alla mia vita. Proteggerti mi ha dato uno scopo. È quello per cui ho vissuto quando non avevo molto altro.” Deglutendo, Thorne fece una breve pausa, mentre una tempesta di emozioni contrastanti imperversava dentro di lui. Non avrebbe dovuto dirglielo, eppure aveva bisogno di farlo. “Tu sei l’unica cosa che mi fa arrivare a fine giornata. Attendo con ansia di vederti, pur sapendo che tu non vedrai mai me. Assicurarmi che tu sia al sicuro mi rende… felice.”

    “Thorne…” Anjali scosse leggermente la testa. “Io–”

    “Non preoccuparti. Va tutto bene. Non devi dire nulla. Volevo solo che tu lo sapessi.”

    Le lasciò il polso, pronto a togliersela delicatamente di dosso, quando lei si sporse e lo baciò. Lo stupore lo immobilizzò per un istante. Poi, il calore delle labbra di Anjali si diffuse in lui, lo percorse come una serie di correnti elettriche. Ovunque lei lo toccasse – il naso che gli sfiorava la guancia, il mento premuto contro il suo, il peso del petto che gli premeva contro il torace – formicolii di calore e piacere scoccavano, gli scorrevano lungo i nervi, lo facevano sentire sconvolgentemente vivo come se avesse appena infilato le dita in una presa. Tutto il suo corpo vibrava di vita.

    Crogiolandosi nel profumo di Anjali – erba appena tagliata e sere estive – Thorne si allungò, le affondò la mano nei capelli e la attirò a sé mentre ricambiava il bacio. Il leggero suono di piacere che lei emise lo rese ardito. Le leccò il labbro inferiore, lo succhiò delicatamente e lo mordicchiò.

    Il fiato di Anjali si mozzò. Un attimo dopo, lei aprì la bocca per Thorne, approfondendo il bacio. Nel momento in cui la lingua di Thorne toccò quella di lei, il suo mondo annegò nel piacere.

    Non aveva idea di come un contatto così piccolo e semplice potesse mandarlo completamente in cortocircuito, cazzo. Tutto quello che sapeva era che, in quell’istante, baciare Anjali era l’esperienza più elettrizzante che lui avesse mai vissuto.

    Nemmeno i suoi sogni più sensuali sulle sensazioni che lei gli avrebbe dato si avvicinavano alla realtà. Quello – il profumo della ragazza, il suo sapore, il modo in cui si scioglieva contro di lui – eclissava qualunque fantasia avesse mai avuto su di lei. Dimentico del bruciore pulsante delle ferite di fronte alla sensazione divina di avere Anjali addosso, dei seni che gli sfregavano contro il petto, Thorne gemette.

    Con un sussulto, Anjali ruppe il bacio e lo fissò. “Oddei, mi dispiace tanto.”

    Ma co…? Thorne esitò, il cervello zuppo di piacere che cercava invano di capirci qualcosa.

    Anjali gli si tolse di dosso e si aggiustò i vestiti. “Tu sei ferito e io mi sfrego addosso a te manco fossi uno stupido cane. Argh!” Tuffando il viso fra le mani, Anjali si voltò per un istante, quindi si girò nuovamente verso di lui. “Vuoi che ti porti degli antidolorifici? Hai del Tylenol? Dell’ibuprofene? Vado a vedere.” Ciò detto, la ragazza praticamente corse in bagno.

    Ancora una volta, Thorne esitò, sconcertato dal brusco cambio di atmosfera e di ritmo. Gli ci volle un attimo, ma poi la realtà tornò prepotentemente alla ribalta nel suo piccolo e comodo mondo di escapismo sensuale e lo prese a randellate sulla testa. Come diavolo gli era venuto in mente di baciare Anjali? Fra tutti i gesti immensamente stupidi che poteva fare…

    Con un gemito, si sfregò le mani sul viso e chiuse gli occhi. Lasciarsi coinvolgere in quel modo da lei non poteva condurre che al disastro. Non importava quanto lui la volesse – e quanto, palesemente, lei ricambiasse – non importava quanto fosse fantastico stare con lei, Thorne non poteva permettersi quel genere di intimità con Anjali.

    Se l’accoppiamento di una chāyā darśinī e un demone ombra – un esempio da manuale di nemici naturali – non era già abbastanza ironico e impossibile, c’era il non piccolo problema del suo passato… e del segreto che lo macchiava. Se Anjali lo avesse mai scoperto…

    Thorne ebbe un tuffo al cuore e annaspò; all’improvviso, la stanza sembrava priva di aria. Tremando, si mise seduto, afferrando lo schienale del divano in una morsa d’acciaio. Spinse le gambe oltre il bordo del divano per piantare i piedi per terra e si sporse in avanti, mentre la sua vista si colorava di nero. Respira, Thorne. Respira. Si infilò la testa fra le ginocchia, rantolando. Brividi di freddo gli correvano su e giù sulla pelle. Il bruciore delle ferite era un indolenzimento distante, nulla rispetto alla forza del suo attacco di panico.

    Lei non deve scoprirlo mai.

    Ci avrebbe pensato lui. Mantenendo le cazzo di distanze, anche se ciò lo avrebbe lacerato.

    “Per le potenze, com’è possibile che tu non abbia nemmeno una pastiglia di antidolorifico in tutta la casa?” La voce di Anjali veniva dal bagno, carica di un’incredulità tale da smentire intere teorie scientifiche.

    “Non mi piacciono,” gracchiò lui. Detestava la sensazione di perdere il controllo del suo corpo e della sua mente, anche solo leggermente. Preferiva sopportare ore di agonia piuttosto che essere stordito dai farmaci.

    “Per cui non hai mai… oddei, va tutto bene?” Anjali fu al suo fianco in un istante, sollevandogli la testa, scostandogli i capelli dal viso. “Cosa c’è?”

    La giovane scrutò nei suoi occhi, lo sguardo colmo di ansia. Per lui. Era una sensazione nuova, avere qualcuno che teneva così tanto a lui. Avere Anjali che teneva a lui. Thorne non poté far altro che fissare stupito quello che gli sembrava un sogno, un’allucinazione. Forse, il dolore era più intenso di quanto lui pensasse.

    La ragazza si morse il labbro, mentre una linea si formava fra le sue lucide sopracciglia nere. “È per colpa mia, vero? Ti fa male perché ti sono saltata addosso. Non avrei dovuto aggredirti in quel modo.” La giovane chiuse gli occhi. “Mi dispiace, davvero.”

    Lui le toccò il viso, accarezzandole col pollice la guancia morbida come seta. “No. Non mi ha dato fastidio. Sono stato aggredito parecchie volte in vita mia, ma questa è stata l’aggressione più dolce.”

    Guardò incantato mentre la pelle di Anjali arrossiva, facendosi ancora più scura. La tensione pulsava fra di loro, il potere che caricava l’aria fino a quando Thorne non fu certo che una singola scintilla di magia avrebbe dato fuoco alla stanza.

    Per la miseria, si era perso ancora una volta nella magia che lo attirava verso di lei come una fata attratta dal fuoco di una strega. E allo stesso modo, Thorne sarebbe arso vivo, se non si fosse dato una calmata e non avesse mantenuto la distanza.

    “È meglio che tu vada via.” La frase gli uscì in tono più duro di quanto avesse voluto.

    Anjali sussultò come se lui l’avesse presa a schiaffi.

    Merda. Thorne si schiarì la voce. “Voglio dire, la tua famiglia sarà preoccupata. Dovresti tornare a casa.”

    “Sono a posto. Ho un alibi per questa notte. Non mi aspettano prima di domani mattina.”

    “Comunque, non dovresti restare qui.” Thorne ignorò il barlume di sofferenza negli occhi della ragazza – era meglio darci un taglio subito – e guardò fuori dalla finestra. La notte stringeva il mondo nella sua presa. Mancavano ancora alcune ore all’alba. “Ti accompagno io. Farò in modo che tu torni a casa sana e salva.”

    Fece per alzarsi, ma si fermò quando un dolore terrificante gli lacerò il fianco. Serrando i muscoli, si aggrappò allo schienale del divano con una presa di ferro, cercando di nascondere il tremore provocato dallo sforzo. La sua fronte si imperlò di sudore. Piccole luci ballavano di fronte ai suoi occhi. Il suo stomaco decise di fare un salto mortale.

    “Ehi!” Anjali balzò in piedi, lo afferrò per le braccia e lo sorresse. “Tu non sei nelle condizioni di accompagnarmi da nessuna parte. Sdraiati.”

    “Sto bene.” Detto a denti stretti e col fiato corto, era come se Thorne avesse appena corso la maratona. Anche il dolore al petto era lo stesso.

    “Come no, e io sono Aishwarya Rai Bachchan.”

    “Chi?”

    “Una famosissima stella di Bollywood. Lasciamo perdere.” Anjali liquidò l’argomento con un gesto, poi lo punzecchiò al petto con un dito, evitando le sue ferite. “Tu. Devi. Riposare. Sdraiati.”

    “Ti devo proteggere. Il tuo amuleto si è esaurito. Non puoi andare da sola.”

    “Beh, in tal caso dovrò restare qui, no?” Il sorriso che Anjali gli rivolse era identico alla soddisfazione di una gatta che si era pappata tutto il lardo.

    “Va bene,” brontolò Thorne, lasciandosi ricadere sul divano.

    “Aspetta un momento.” Anjali andò in camera da letto, tornò con un cuscino e una coperta.

    Perplesso, Thorne obbedì quando lei gli ordinò di chinarsi in avanti. Gli mise il cuscino dietro la schiena, lo sprimacciò e poi spinse delicatamente Thorne per farcelo sdraiare contro. Poi, stese la coperta su di lui e gliela rimboccò, badando a non toccare le sue ferite. Frastornato dalla confusione, lui la fissò.

    “Hai fame? Ti preparo qualcosa da mangiare. Vediamo cosa c’è.” La ragazza si lanciò verso la cucina prima che lui potesse pronunciare una singola obiezione.

    Dalla cucina provennero suoni di frugare, sgraffignare, un borbottio di scontento e – finalmente – un grido trionfante, seguiti da uno sbattere di pentole, piatti e utensili. Thorne si rassegnò al suo destino e chiuse gli occhi, impegnandosi al massimo per non vedere con gli occhi della mente il viso arrossato dal piacere di Anjali e per non ricordare la sensazione delle labbra di lei sulle sue, della sua lingua che gli esplorava la bocca…

    Basta, basta, basta. Buttandosi un braccio sopra gli occhi, Thorne serrò la mascella… e si aggiustò di nascosto il membro eretto. Avrebbe potuto rivivere quel ricordo più tardi, quando sarebbe stato di nuovo solo e avrebbe frapposto permanentemente una certa distanza fra se stesso e Anjali.

    L’allettante, fragrante profumo di pollo fatto in casa giunse dalla cucina. Il suo stomaco brontolò, con forza sufficiente – ne era certo – a svegliare la colonia di pixie che viveva nell’edificio abbandonato in fondo alla strada.

    “Ecco qua,” annunciò Anjali.

    Thorne aprì gli occhi e vide una Anjali radiosa offrirgli una scodella di zuppa fumante.

    “Zuppa di pollo con vermicelli. Buona per l’anima e buona per il corpo. Ti aiuterà a guarire. Cioè, non avevo magia da metterci – scusa – ma è comunque molto buona.”

    Thorne fissò la scodella. Sbatté le palpebre. Deglutì oltre un improvviso e decisamente sgradito groppo alla gola. Il suo petto fu serrato da un nuovo genere di dolore.

    “Che c’è?” Anjali rise. “Sembrerebbe quasi che nessuno ti abbia mai preparato la zuppa di pollo con vermicelli quando stavi male.”

    Thorne abbassò lo sguardo, sperando che i capelli che gli erano ricaduti sul viso nascondessero il velo di umidità inspiegabile che era calato sui suoi occhi.

    “Un momento.” Anjali prese fiato. “È vero? Nessuno ti ha mai preparato la zuppa quando eri ammalato?”

    Facendo del suo meglio per controllare il tremito delle mani, Thorne le allungò e prese la scodella. Lo sguardo fisso sul vapore che si alzava dalla zuppa, si strinse nelle spalle. “Si fa?”

    “Si fa in famiglia. Lo fanno i genitori. Tua madre non–”

    “È morta quando sono nato io.” Thorne mangiò una cucchiaiata di zuppa. Quel sapore, da quel momento in poi, sarebbe sempre stato legato al ricordo di qualcuno che si prendeva cura di lui. Di Anjali che si prendeva cura di lui. Si prese l’appunto mentale di fare scorta degli ingredienti per la zuppa di pollo con vermicelli in futuro, in modo da rivivere quel momento quando, ancora una volta, sarebbe stato lontano da lei.

    “Oh.” Le labbra di Anjali rimasero arrotondate nella forma del suono per un istante e qualcosa si ruppe nel suo sguardo. Era sempre così aperta nell’esprimere le emozioni, la sua Anjali. Qualunque cosa provasse, era in bella vista sul suo viso. “Mi dispiace,” mormorò. “Non lo sapevo.” Si schiarì la voce, mentre un’ombra scivolava sulla sua espressione. “Anche la mia mamma non c’è più.”

    Le parole lo colpirono come un calcio rotante al petto.

    “È morta quando avevo sei anni.”

    Lo so. Thorne continuò a mangiare, calmo e composto all’esterno. All’interno era in frantumi. “Mi dispiace.” Più di quanto tu possa immaginare. Quelle maledette parole vuote, mute, lo fecero a pezzi. Non avrebbero significato nulla, nulla per lei, se Anjali avesse saputo tutta la verità.

    La ragazza tacque per un istante, mentre lui moriva un po’ di più dentro a ogni secondo che passava per via dell’orribile segreto che le teneva.

    “È stato un demone ombra, sai.” La voce della ragazza era bassa, ma ferma.

    Un terrore gelido si formò dentro di lui, diffondendo le sue dita di ghiaccio nella sua anima fino alla parte più oscura di lui, tormentata da un senso di colpa spietato.

    “Anche lei era una chāyā darśinī. Era uscita da sola, aveva visto un demone ombra e aveva chiamato mia zia perché venisse coi rinforzi per ucciderlo. Avrebbe voluto aspettare manforte prima di combattere, ma deve essere successo qualcosa che ha rivelato la sua presenza al demone. Quando mia zia e mia nonna arrivarono sul posto, la trovarono morta, con delle tracce di energia erebos nelle vicinanze.”

    Thorne chiuse gli occhi e respirò nonostante il peso opprimente che minacciava di schiacciarlo. “La tua famiglia ha catturato quel demone?” Non sapeva come fosse riuscito a far suonare la sua voce così ferma, così indifferente.

    “No. Il residuo energetico era troppo debole per seguirlo. Ho acquisito i miei poteri un anno dopo e la mia famiglia ha cominciato presto a portarmi in pattuglia, ma non ho mai trovato il demone. Probabilmente, deve aver lasciato la città dopo–” Anjali fece una breve pausa, poi aggiunse a bassa voce: “Tu sei il primo e unico demone ombra che io abbia mai visto.”

    Eppure, non aveva mai fatto il collegamento. Sapeva che Thorne aveva solo un anno più di lei, grossomodo, e probabilmente si era convinta che un ragazzo di quell’età non potesse avere nulla a che fare con la morte di sua madre. Nel profondo dell’animo di Thorne, un altro pezzo di lui si frantumò.

    Un sorriso gentile ornava le labbra di Anjali. Nei suoi occhi c’era una fiducia immensa. Una fiducia che lui non meritava. Proprio come non meritava lei. C’era un motivo per cui la sua famiglia lo aveva abbandonato, lo aveva rimosso dalle loro vite come carne cancerosa. Era tossico, era morte; portava rovina a chi lo circondava e la morte non meritava l’affetto che brillava negli occhi di Anjali.

    Giunto il mattino, l’avrebbe lasciata andare, l’avrebbe spinta lontano da sé se necessario, e avrebbe lasciato per sempre la sua vita. La sola idea che lei scoprisse ciò che lui aveva fatto, che quella fiducia e quell’affetto si trasformassero in odio e in paura… Era sufficiente a fargli venire voglia di strapparsi il cuore da solo. Non poteva permettere che Anjali lo guardasse con disprezzo. Né che lei soffrisse a causa sua. E se fosse rimasto, se avesse permesso a quella cosa di proseguire, lei avrebbe sofferto. Thorne l’avrebbe contaminata come aveva fatto con tutto ciò che era mai entrato nella sua vita.

    “Devo dormire un po’.” La sua voce suonava roca e sofferente come lui si sentiva dentro. “Potresti chiudere le persiane?”

    “Certo.” Anjali si recò le finestre, assicurandosi che i grossi pannelli coprissero i vetri e bloccassero completamente la luce del giorno. Dopodiché, gli rimboccò ancora una volta la coperta, gli accarezzò i capelli e mormorò: “Buonanotte.”

    Quel dolore, che gli lacerava il cuore, che gli trafiggeva l’anima, era peggio di qualunque ferita Thorne avesse mai ricevuto in combattimento.

    * * *

    Clicca qui per leggere il capitolo 4