“Anju? Mi stai ascoltando?”
Anjali esitò e guardò sua zia. “Come, scusa?”
“Stai ancora pensando quel demone?” Scuotendo la testa, zia Madhuri le porse la pentola da asciugare, dopodiché accese la luce della cucina. All’esterno, il crepuscolo si stava facendo strada nel cielo e l’ultima luce primaverile della giornata andava spegnendosi.
Anjali asciugò la pentola con gesti automatici, la mente ancora sprofondata nel crepacuore provocato dagli eventi dell’ultima sera. Tutto le ricordava lui. A parte le ombre che le facevano sobbalzare il cuore e glielo facevano palpitare a un ritmo irregolare e doloroso, la sola vista di un libro le provocava una fitta. Il sari azzurro ghiaccio di sua zia le faceva comparire nella mente gli occhi di Thorne. Il legno quasi nero degli armadietti della cucina era della stessa identica sfumatura dei suoi capelli.
Quando Anjali chiudeva gli occhi, l’oscurità si colmava di immagini di lui – che rideva, si chinava per baciarla, dormiva sul divano, le rubava un biscotto dal piattino… E, più di recente, dell’angoscia che approfondiva le rughe sul suo viso, dei suoi occhi cerchiati di rosso e luccicanti di lacrime, della rassegnazione e della disperazione che lo oberavano.
Il cuore di Anjali doleva in un milione di nuovi modi che lei non aveva nemmeno immaginato. Thorne aveva scavato luoghi mai scoperti nella sua anima, colmandola di un amore che lei non aveva mai vissuto, e poi aveva dato fuoco a tutto. Lasciandola vuota. Anjali si sentiva come la facciata dell’Havah Mahal, il Palazzo del Vento, a Jaipur. Era solo un delicato velo di filigrana e un forte tremito sarebbe bastato a farla collassare.
“Seriamente,” disse zia Madhuri – a quanto pareva, non aveva smesso di parlare – “non voglio dire che te l’avevo detto, ma devi ammettere che avevo ragione.”
Anjali sfregò la pentola con più vigore del necessario.
“I demoni,” proseguì sua zia con un suono di disgusto, “non sono mai buoni. È nella loro natura. Non ci si può aspettare che siano creature razionali. Sapevo che quel demone avrebbe portato guai ed è esattamente quello che è successo. Ti avrebbe solo rovinato la vita.”
Le mani di Anjali si immobilizzarono. Fissò il rubinetto gocciolante senza vederlo, la mente colta da un’improvvisa comprensione. Rovino tutto quello che tocco. Erano parole di Thorne. Quando le aveva parlato della morte di sua madre, di come erano morti i suoi cugini. Lui era convinto di averli uccisi, quando – stando al suo resoconto degli eventi – il suo coinvolgimento nelle loro morti era stato involontario, al massimo accidentale; nulla che lui avesse fatto di proposito e con intenti nefasti. Come avrebbe potuto, quando era solo un neonato nel primo caso e un bambino nell’altro?
Facendo alcuni rapidi calcoli, Anjali serrò le labbra. Thorne aveva sette anni all’epoca della morte di sua madre. Sette. Quanto era probabile che avesse ucciso qualcuno a quell’età?
Lo aveva forse giudicato in maniera ingiusta, la sera prima? Certo, il nonno di Thorne aveva detto che lui aveva ucciso la madre di Anjali, ma quella serpe malefica era un maestro della manipolazione e si era aggrappato alla minima possibilità di maltrattare Thorne – fisicamente ed emotivamente – distorcendo la verità per convincere il nipote di essere inutile, tossico, non voluto… Prendere per buone le parole di quel bastardo era quantomeno indice di superficialità.
Thorne non aveva controbattuto alle accuse di suo nonno, aveva ammesso che erano vere, e in quel momento lei era così sconvolta, così scossa, da aver accettato quell’affermazione senza fermarsi a riflettere. Ma lei lo conosceva. Conosceva il suo passato, i suoi traumi, il modo in cui percepiva il mondo: Thorne aveva introiettato la convinzione di essere venefico, che il male che accadeva intorno a lui fosse colpa sua. Quale che fosse il suo vero ruolo nella morte della madre di Anjali, di certo non ci era voluto molto perché Thorne si credesse responsabile.
Tutti coloro che gli erano mai stati vicino lo avevano sempre biasimato per qualunque cosa andasse storta, lo avevano trattato come spazzatura che macchiava le loro vite. Lei non era forse l’unica persona che avrebbe dovuto dargli il beneficio del dubbio? Aveva detto di amarlo. E tuttavia, quando Thorne aveva avuto più bisogno di lei, nel momento in cui lei avrebbe dovuto essere dalla sua parte, avrebbe dovuto dimostrargli come fossero la fiducia e la fede nel carattere di un’altra persona, lo aveva respinto… come tutti gli altri. Sì, in quel momento lei era sconvolta e si stava riprendendo da una ferita orribile, ma non gli aveva dato nemmeno la possibilità di spiegare, non aveva indagato per cercare di scoprire la verità.
“Io non sono così,” mormorò, posando la pentola che aveva ancora in mano.
“Cos’hai detto?” Una ruga increspò la fronte di zia Madhuri.
Tornando di colpo al presente, spinta ad agire da un improvviso senso di urgenza, Anjali mise lo straccio nelle mani di sua zia. “Devo andare.”
“Come… cosa? Dove? Anju!”
Ma ormai, Anjali sentiva a malapena la voce di zia Madhuri. Era già uscita dalla porta, aveva preso il cappotto lungo la strada e aveva estratto il cellulare dalla tasca dei jeans. Con una mano chiamò il numero che non aveva ancora avuto il cuore di cancellare, mentre con l’altra sbloccò la sua Nissan bianca parcheggiata di fronte alla casa. La ghirlanda coi campanellini appesa allo specchietto retrovisore tintinnò quando lei si sedette al posto di guida e sbatté la portiera.
Col telefono appoggiato a una spalla e premuto contro l’orecchio, avviò l’auto e partì in una maniera che probabilmente le avrebbe appiccicato la polizia addosso nel giro di pochi istanti. Nel mentre, ascoltò lo squillo della chiamata. Thorne non rispose.
Dannazione.
Anjali fece altri due tentativi prima di mettere via il telefono, per il momento. Meglio non attirare sul serio l’attenzione della polizia. Quindici minuti dopo, parcheggiò la macchina in un posto libero sulla strada a un isolato dal condominio in cui viveva Thorne. Percorse il resto del tragitto a piedi.
L’ingresso principale dell’edificio si aprì tintinnando – come sempre – e lei salì le scale vecchio stile in legno di ciliegio due gradini alla volta. Aveva il respiro affannoso quando raggiunse la porta di Thorne, la mano tremante mentre bussava.
Col cuore che le martellava nel petto, attese.
E attese.
Un brutto presentimento le rivoltò lo stomaco. Era arrivata troppo tardi?
“Se stai cercando il tizio che viveva lì,” disse un vicino, oltrepassandola mentre si dirigeva verso la porta del suo appartamento in fondo al corridoio, “sei sfortunata. Ho sentito che si è appena trasferito.”
No. Anjali si voltò per interrogare l’uomo, ma questi aveva già chiuso la porta dell’appartamento. Lo sgomento le incrementò le pulsazioni. Tirò fuori il cellulare e chiamò nuovamente Thorne. Nessuna risposta.
Se n’è andato.
Il respiro le si mozzò in gola. Oppressa dalla delusione, si lasciò cadere contro il muro. Troppo poco, troppo tardi. Lei lo aveva respinto, gli aveva fatto credere di considerarlo il malefico veleno che lui si era ritenuto per tutta la vita. Le bruciavano gli occhi, le lacrime che ne pungevano gli angoli. La pressione crebbe nel suo petto e premette sempre di più, sempre di più, sempre di più, fino a strapparle un gemito.
Qualcosa si smosse nel profondo di lei. La lieve sensazione di qualcosa che la attirava, come se qualcuno stesse tirando un filo attaccato al nocciolo del suo essere. Lo shock che si dipanava lungo un legame del quale lei non era mai stata consapevole. Non era suo. Voltando di scatto la testa, fissò un uomo che aveva appena svoltato l’angolo e si era fermato di colpo. Gli occhi azzurro ghiaccio spalancati, i capelli neri arruffati in maniera invitante, Thorne ricambiò lo sguardo.
Lei sentiva il battito del suo cuore come se fosse il proprio.
Deglutendo, il demone cambiò posizione. “Fallo in fretta.” Lasciò ricadere entrambe le mani lungo i fianchi.
“Cosa dovrei–” Prima ancora di concludere la frase, Anjali capì con una dolorosa fitta. “Non sono qui per ucciderti.”
Thorne aggrottò le sopracciglia.
Anjali si alzò, asciugando una lacrima che le era sfuggita lungo la guancia. “Dimmi come è morta mia madre.”
* * *
Mentre la sua pelle formicolava, il gelo si insinuò nel sangue di Thorne. Non si era ancora ripreso dallo shock di aver rivisto Anjali e ora lei lo aveva colpito con una nuova sorpresa che faceva battere all’impazzata il suo cuore. Era tornato al suo appartamento solo per prendere l’unico libro che avrebbe voluto portare con sé – una raccolta di poesie di Rainer Maria Rilke – ma che aveva dimenticato la sera prima, quando aveva fatto i bagagli ed era partito in fretta e furia. Non era assolutamente preparato a incontrare lei, tantomeno a rispondere a una domanda del genere. Come poteva raccontarle dell’evento che le aveva aperto un buco nella vita e aveva lasciato una chiazza di senso di colpa sull’anima di Thorne?
Vedendo le lacrime nei suoi occhi, sentendo l’eco del dolore e dell’angoscia attraverso il legame dell’accoppiamento, il minimo che poteva fare per lei però era darle quell’informazione.
“Entriamo,” disse, accennando col capo verso il suo appartamento. L’affitto era pagato fino alla fine del mese.
Anjali lo seguì all’interno, guardandosi attorno mentre lui chiudeva la porta. “Avresti lasciato tutti i tuoi libri.”
“Non tutti.” Thorne si recò una delle pile, prese il volume di poesie di Rilke e glielo mostrò prima di infilarselo nella tasca interna del giubbotto di pelle. “Ho detto al padrone di casa che sarebbero venuti dei volontari della biblioteca a prendere il resto dei libri.”
Un dolore amaro si irradiò lungo il legame di accoppiamento. Il legame che li univa – attraverso il quale le emozioni si trasmettevano solo se entrambi i membri della coppia erano molto vicini l’uno all’altro – sarebbe svanito col tempo, una volta che lui fosse uscito dalla vita di Anjali. Per lei, perlomeno. Essendo umana, la ragazza sarebbe riuscita a unirsi a qualcun altro, dopo un po’ di tempo. Thorne, tuttavia, avrebbe trascorso il resto dei suoi giorni incapace di accoppiarsi con chiunque. Non che volesse farlo.
Attraversando la stanza, Anjali sfiorò con le dita i mucchi di libri. “Dimmelo.”
Thorne trasse un respiro profondo. Inutile procrastinare. “Avevo circa sette anni. Ero appena rientrato in casa dopo aver ucciso i miei cugini–”
“Tu non hai ucciso–” Anjali si interruppe, una mano serrata allo schienale della sedia pieghevole della cucina di Thorne. L’impazienza pulsò lungo il legame che li univa. La giovane mosse la mano. “Vai avanti.”
“Come stavo dicendo, mi era appena stato permesso di tornare a vivere in casa–”
“Aspetta.” Anjali si voltò verso di lui con la bocca spalancata. “Vuoi dire che ti hanno costretto a vivere fuori?”
“Sì. Nella cuccia del cane.”
“In giardino?”
“Sì.”
Gli occhi di Anjali si allargavano sempre di più. “Per quanto?”
“Un mese, più o meno.”
Per dieci interi secondi, la ragazza si limitò a fissarlo. L’intensità della sofferenza e della rabbia che vibravano lungo il legame gli mozzò il fiato. “Quei figli di puttana,” ringhiò lei, mentre il rossore le risaliva lungo il collo e il viso.
Thorne non riuscì a non trovare quel linguaggio volgare inappropriatamente sexy. A cuccia. Non era il momento per farsi un viaggio mentale sul modo in cui lui avrebbe potuto trasformare quella scintilla in passione sensuale fra le lenzuola. O contro il muro. O a novanta sul divano.
Concentrati, per la miseria.
Inalando dal naso, le labbra serrate in una linea sottile, Anjali chiuse brevemente gli occhi, si massaggiò le tempie e si voltò nuovamente verso di lui. “Raccontami il resto.”
Ripescare il ricordo di quella notte fatale non fu difficile. Era sempre rimasto appena sotto la superficie, in agguato dietro un velo sottile di menzogne e rifiuto. Proiettando la propria ombra sull’amore di Thorne per Anjali. “Dopo tutto quello che era successo coi miei cugini, era ansioso di dimostrare il mio valore alla mia famiglia. Per cui, quando mio nonno mi portò con sé in una delle sue missioni, io fui felice di dargli una mano. Sarei dovuto entrare in un negozio, tirare fuori i soldi dalla cassa e tornare da lui, che mi avrebbe aspettato di fuori nascosto fra le ombre.
“Quello che non sapevo quando sono uscito dall’edificio era che mio nonno aveva visto tua madre e l’aveva aggredita, e che lei stava scappando da lui… Mi finì addosso. Mio nonno mi gridò di afferrare la strega e di impedirle di fuggire. Io non sapevo cosa stesse accadendo e un attimo dopo tua madre mi andò a sbattere contro; non mi aveva visto uscire. Io…sono andato in panico e ho cercato di afferrarla. Lei si è impigliata in me, io mi sono impigliato in lei e poi, non so come, sono caduto. Un attimo dopo, tua madre è inciampata su di me. C’era una scala, alle mie spalle, che conduceva all’ingresso per i fornitori nel seminterrato.” Thorne fece una pausa, chiudendo la mano a pugno. “Quando mi sono rialzato e ho guardato, l’ho vista accartocciata su quelle scale. Non si muoveva più. Mio padre lanciò un grido di gioia quando si rese conto che era morta. Disse che avevo finalmente fatto qualcosa di utile.” Thorne colpì col pugno chiuso lo schienale del divano. “L’abbiamo lasciata laggiù. Questo è quanto.”
Silenzio.
Per un lunghissimo istante, Thorne non osò guardare Anjali; non riuscì a far altro che fissare la notte fuori dalla finestra. Quando il silenzio si prolungò troppo a lungo, lui si fece coraggio e le lanciò un’occhiata.
La ragazza era immobile che lo fissava con un’espressione indecifrabile. Persino il legame di accoppiamento non tradiva i suoi sentimenti. “Mi stai dicendo,” disse lentamente, il tono di voce controllato, “che mia madre è inciampata su di te e si è rotta il collo.”
Thorne deglutì. La sua gola si era fatta roccia. “Già.”
Chiudendo gli occhi, Anjali ripeté: “Mia madre è inciampata su di te?”
Cos’altro poteva dire lui? Tutto il suo essere doleva per un senso di colpa incredibile. “Sono stato io a farla cadere. M-mi dispiace, Anjali.”
La giovane emise un suono incomprensibile, simile a una risata soffocata – ma non poteva essere vero; forse Thorne stava perdendo il contatto con la realtà – e gli voltò le spalle. Tirando su col naso, si strinse il ponte del naso, si sfregò gli occhi e sbuffò. “È persino peggio di quanto pensassi.”
Dannazione, Thorne l’aveva distrutta. Cercò le parole giuste, cercò di pronunciare una scusa eloquente per ciò che non poteva essere perdonato, ma non trovò nulla. Non c’era nulla che potesse dire per alleviare la sofferenza di Anjali, il dolore che le aveva provocato.
“Buoni dei,” mormorò la ragazza, tuffando il viso fra le mani.
“Anjali, io–”
Anjali si voltò verso di lui, gli occhi che brillavano di lacrime versate ed emozioni torbide. “Pensavo che si trattasse perlomeno di autodifesa. O magari di un qualche maldestro tentativo di seguire la tua natura demoniaca. Ma tu non hai fatto nulla.”
“L’ho fatta–”
“Cadere? Sì? Le hai fatto lo sgambetto di proposito?”
“Beh, no, non proprio. Ma se non fossi stato lì, lei sarebbe potuta fuggire.”
“Allo stesso modo in cui tua madre sarebbe ancora viva se tu non fossi mai nato?”
Thorne ebbe un sussulto. Quel promemoria gli bruciava. Serrò la mascella con tanta forza da farsela dolere.
Il viso di Anjali si intenerì e lei annullò la distanza che li separava. “Smettila di desiderare di non essere mai esistito, Thorne. Smettila di pensare che ogni cosa sarebbe migliore se tu non ci fossi. Te l’ho già detto e te lo ripeterò ancora e ancora, tutte le volte che avrai bisogno di sentirtelo dire, fino a quando non ti convincerai: le disgrazie succedono, la vita è fatta così, ma non è sempre colpa tua.”
Thorne aprì la bocca per dire qualcosa, ma lei sollevò la mano e incrociò il suo sguardo. “Ascoltami. Eri un ragazzino. Stavi cercando di tenerti stretto la tua sola famiglia. Non ti biasimo per aver cercato di fermare mia madre quando tuo nonno te l’ha detto. E di certo non ti biasimo perché esisti e perché ti trovavi là quando mia madre è inciampata. Non–” Anjali gesticolò animatamente. “Non ho parole per descrivere quanto sia tragico che tu creda di averla uccisa. Non è stata colpa tua.”
Anjali era una visione di pura fiducia, gli occhi lucidi, aperti, convinti, le emozioni che pulsavano lungo il legame di accoppiamento…
“Tu non mi odi,” gracchiò lui, la voce che gli veniva meno.
“Certo che non ti odio. Sono triste perché mia madre non c’è più? Assolutamente. Sento la sua mancanza ogni giorno. Ma non ti biasimo per la sua morte. So che sei buono. L’ho percepito, anche quando eri un ragazzino spaventato e sporco di terra. È per questo che ti ho risparmiato la vita. Non eri malvagio. Non eri un veleno. L’unico motivo per cui ne sei convinto è che sei stato condizionato a vederti come un rifiuto tossico dal momento in cui sei nato. Tuo nonno ti ha plagiato.” Anjali gli toccò le tempie. “Credo che sia ora che tu lo cacci da qui dentro. Smetti di credere alle sue menzogne.” Alzandosi in punta di piedi, Anjali gli diede un bacio delicato sulle labbra. “Tu sei meglio di così.”
E lo credeva davvero, sinceramente: Thorne lo sentiva in ogni pulsazione delle sue emozioni lungo il legame di accoppiamento.
Gli si chiuse la gola. I suoi occhi bruciarono di calore liquido. Voltò la testa, non volendo che Anjali vedesse la prova della sua debolezza.
“Eh no,” disse lei, circondandogli il viso con entrambe le mani e costringendolo gentilmente a guardarla. “Non puoi voltarmi le spalle. Siamo accoppiati ora, sai.” Gli angoli della sua bocca si sollevarono in un minuscolo sorriso che gli rubò ancora una volta il cuore.
Thorne si accigliò. “E tu vuoi che lo siamo? Non ti ho mai chiesto… Non c’era tempo…”
“Chiedimelo adesso.”
Thorne si schiarì la voce. Il cuore minacciava di saltargli fuori dalla gabbia toracica. “Vuoi accoppiarti con me?”
“Non desidero altro.”
Anjali si stava alzando in punta di piedi per baciarlo quando lui la fermò, mettendole le mani sulle spalle. La guardò inclinando la testa. “Davvero? Nulla? Nemmeno cancellarti dalla memoria il ricordo di quel porno coi dinosauri che hai letto?”
Anjali si strozzò, scoppiando in una risata che trasformò il suo viso in una tempesta di luce e felicità. Il suo divertimento riecheggiò nel legame di accoppiamento, strappando a Thorne un sorriso, nonostante i suoi sforzi di mantenere un’espressione seria.
“Questo,” disse, tracciando con le dita le rughe di espressione sulla sua guancia, “è quello che voglio fare per il resto della mia vita. Farti ridere. Vederti felice.”
Nuove lacrime luccicavano negli occhi di Anjali e l’ondata di amore e gioia che pulsò da lei lo travolse. Thorne barcollò leggermente. Non che la cosa gli desse fastidio. Non di fronte a lei.
Perché, come lei gli aveva già dimostrato, come lui stesso stava scoprendo sempre di più, con Anjali poteva essere se stesso; non aveva bisogno di nascondersi, non aveva motivo di fingere. Con lei, poteva cominciare a credere di essere degno dell’amore.
E rivendicò quell’amore con un bacio che fece sì che la sua strega barcollasse contro di lui.
* * *




