• Ombre demoniache – Capitolo 7

    La granata magica colpì Thorne senza pietà. La sua cappa di ombre sfarfallò e svanì. Il cuore di Anjali raggelò mentre lui barcollava e crollava al suolo.

    “No! Thorne!” Si accovacciò accanto a lui, le mani che tremavano, il cuore in gola.

    Col viso contratto dal dolore, il demone si contorceva sull’erba, le dita affondate nel terreno. Il sudore imperlava la sua pelle sempre più pallida.

    Due sagome emersero dall’oscurità della linea degli alberi alla sinistra di Anjali. Zia Madhuri e Kiran, la postura rigida, la mano di sua zia tesa e pronta a lanciare un altro incantesimo contro Thorne.

    “Fermati!” gridò Anjali. “Lascialo stare. Ti prego.”

    “Allontanati da lui, Anju. Lascia che ci pensiamo noi.”

    “No. Mausi-ji, per favore. Non ha fatto nulla. Lascialo stare.”

    “È meglio così,” disse Kiran, avvicinandosi, l’espressione un misto di determinazione e compassione. “Non rendere le cose più difficili.”

    Anjali scosse la testa, i capelli in disordine che le oscuravano parzialmente la vista. Le lacrime che gli velavano gli occhi non facevano che peggiorare le cose. “No, non ve lo permetterò.”

    Thorne grugnì e la afferrò per un braccio. Le sue labbra si mossero. Con uno sforzo epocale, il demone riuscì a spingere qualche parola oltre i denti serrati dal dolore. “Mio nonno… qui. Vi… ucciderà.”

    “Cosa?” Anjali gli afferrò la mano. “Tuo nonno? Vuoi dire–”

    La sua frase terminò in un urlo quando qualcuno l’afferrò da dietro. L’ombra di un erebos le si avvolse attorno, un’oscurità vorticosa che stese un velo fra lei e il mondo. Zia Madhuri, Kiran, Thorne e lo sfondo del parco luccicavano ora attraverso il manto che la circondava, come visti attraverso un velo di seta nera. Sua zia lanciò un incantesimo nel punto in cui lei si era trovata fino a pochi istanti prima, ma l’erebos l’aveva già trascinata lontano, nascosta nel suo manto. La magia di zia Madhuri colpì invece il terreno, strinando l’erba.

    “È un vero piacere fare finalmente la tua conoscenza, chāyā darśinī,” le mormorò nell’orecchio il demone ombra alle sue spalle.

    Il suo fiato le mandò un brivido di disgusto lungo la schiena. Il demone la strinse a sé, un braccio avvolto attorno alla vita in una presa dolorosa. Con l’altra mano, le puntò una lama alla gola. La sensazione del filo tagliente del coltello che le mordeva la pelle mandò in tilt i suoi pensieri, le paralizzò le membra. Anjali si irrigidì nella presa del demone, il respiro che le entrava e usciva veloce dai polmoni a un ritmo che le fece girare la testa.

    Le grida colme di panico di zia Madhuri e di Kiran filtrarono attraverso le ombre. Entrambe avevano assunto la posa da combattimento mentre il demone trascinava Anjali nella sua cappa. Continuavano a lanciare occhiate qua e là nella radura, le mani sollevate e pronte a scatenare i loro poteri al primo segno dell’erebos.

    “Non è divertente?” mormorò compiaciuto il rifiuto demoniaco che la stringeva. “Guardarle agitarsi e fremere come un branco di ratti ciechi e terrorizzati. Ah, ho sempre adorato giocare con le streghe. La vostra gente si crede sempre intoccabile, potentissima e al di sopra di ogni altra creatura, ma basta che appaia un demone ombra e voi streghe scoprite in fretta quanto potete essere vulnerabili.” La lotta di Thorne contro la magia che lo teneva fermo attirò l’attenzione di Anjali. Con uno sforzo, il demone cercò di parlare, implorando con lo sguardo zia Madhuri. “Liberatemi… Vi aiuterò.”

    “Come no,” sputò Kiran.

    “Se mi… liberate,” proseguì Thorne con voce strozzata, “io posso vederlo e… combatterò con voi. Voglio… ucciderlo, per proteggere… Anjali.” Ansimando, Thorne si interruppe. Chiuse gli occhi mentre un’altra palese ondata di dolore lo travolgeva.

    Zia Madhuri lo osservò, cambiando posizione.

    Un ringhio provenne dal demone ombra alle spalle di Anjali. “Lo sapevo. Quel bastardo doppiogiochista pezzo di merda di un mezzosangue.” Il demone premette con più forza il coltello contro la gola di Anjali. “Insegnerò a quello stronzo una lezione che non dimenticherà mai.”

    Thorne stava ancora implorando zia Madhuri di liberarlo quando suo nonno lasciò cadere il velo di ombre che li copriva. Kiran si voltò di scatto, la mano sollevata e brillante di magia imminente.

    “Tsk tsk tsk,” fece il nono di Thorne. “La vostra amata chāyā darśinī rischia di finire con la gola tagliata se mi scivola la mano, per cui sarà meglio che non lanciate incantesimi che mi facciano innervosire.” Per sottolineare il concetto, il demone mosse leggermente la lama contro la pelle di Anjali. Un dolore acuto le strappò un grido prima che lei riuscisse a trattenersi.

    Kiran chiuse la mano a pugno, il volto contratto dalla rabbia. Zia Madhuri serrò le labbra e un muscolo guizzò nella sua mascella.

    “Brave.” Il ghigno dell’anziano demone ombra era udibile nella sua voce. “E farete meglio a non lasciare libero quello lì.” Con un cenno del capo, il demone indicò Thorne a terra. “Non pensate nemmeno per un istante che sia amico della vostra famiglia. Non potreste avere più torto.”

    Thorne grugnì e si contorse.

    “Non te l’ha ancora detto, vero?” Il nonno di Thorne stava ora parlando direttamente nell’orecchio di Anjali, rivolto solo a lei. “Quanto bene conosci il tuo amante, eh? Credi che sia stato onesto con te? Che ti abbia raccontato tutti i suoi segreti?”

    “No,” disse Thorne con voce strozzata. I suoi occhi – arrossati e luccicanti di lacrime non versate – implorarono suo nonno. “Ti prego.”

    Il vecchiaccio rise. Rise della sofferenza di Thorne. Anjali strinse i denti ed esalò il fiato dal naso. Oh, quanto avrebbe voluto vedere quel maledetto contorcersi a terra in preda al dolore.

    “Tu l’ami, ragazzo?”

    “Sì.” Lo sguardo di Thorne trovò quello di Anjali, il cuore e l’anima riflessi nei suoi occhi.

    “È davvero ironico, non credi,” disse suo nonno, con voce abbastanza alta da farsi sentire da tutti i presenti nella radura, “che tu sia finito per innamorarti della ragazza a cui hai ucciso la madre.”

    Il fiato di Anjali si bloccò nel petto. Con una dolorosa fitta, il suo cuore smise di battere per un istante che parve un’eternità. “No,” mormorò. Fece per scuotere la testa, ma la lama affilata del coltello contro la pelle le ricordò che non poteva muoversi. “Thorne… non è vero, giusto? Sta mentendo. Dimmi che sta mentendo.”

    Una lacrima scivolò dagli occhi di Thorne… e lei vide la verità scritta sul suo viso prima ancora che lui rispondesse. “È vero.”

    Anjali sussultò, strozzandosi con un singhiozzo violento, strappato al suo cuore infranto. La mente ridotta a un puzzle dai pezzi tutti sparpagliati, fissò senza capire l’uomo che pensava di conoscere. “No. No, no, no.” Era un gemito acuto, nato dalla sua incapacità di comprendere le dimensioni del tradimento che si stava dispiegando di fronte ai suoi occhi.

    L’erebos che la teneva ferma rise, un suono ruvido che le abrase la pelle. “Guardalo. Guarda il tuo amato demone. L’hai fatto entrare nella tua vita, nel tuo cuore, l’hai difeso di fronte alla tua famiglia, mentre lui tirava i tuoi fili come un burattino. Come ci si sente ad aver scovato il demone che ha ucciso tua madre? Lui non te l’avrebbe mai detto, sai. Ti avrebbe lasciata vivere il resto dei tuoi giorni convinta che fosse il tuo cavaliere dall’armatura scintillante, ignara del fatto che lui è la ragione per cui mammina non ti ha mai vista crescere.”

    “Anjali…” Il viso di Thorne era una perfetta rappresentazione del senso di colpa e della sofferenza; la sua espressione rivelava quanto fossero vere quelle accuse più di quanto avrebbe potuto fare qualunque infamia avesse sputato suo nonno.

    La vista di Anjali vacillò, un velo di lacrime che sfumò il mondo, annegando la spietata realtà della vita. Lei tremò per i singhiozzi mentre un cratere di dolore le lacerava il petto.

    “Ah, sì,” mormorò il demone ombra alle sue spalle. “È proprio quello che volevo. Una tragedia perfetta, tortura emotiva, un pubblico riconoscente per un crollo nervoso.”

    Le leccò la guancia, bevendo le sue lacrime. Anjali era così lacerata dentro da non accorgersi nemmeno del disgusto che quell’azione avrebbe dovuto provocare.

    “Vorrei potermi prendere un po’ più di tempo.” Il nonno di Thorne la strinse più forte contro di sé. “Ma devo proprio andare.”

    Un bacio sulla tempia, il fiato acre del demone contro il viso… e poi il morso affilato della lama sulla pelle mentre il demone le tagliava la gola.

    * * *

    Certe cose accadevano davvero al rallentatore. Thorne guardò la lama scivolare sulla pelle bronzea della gola di Anjali, come un filmato proiettato a velocità ridotta. I suoni si smorzarono, il mondo si ridusse alla luce della luna che brillava sulla lama affilata del coltello, sugli occhi spalancati di Anjali, sul velo di sangue rosso che colava dal taglio nella sua gola. La risata malefica di suo nonno – un verso roco e nauseabondo – riecheggiò nella frizzante aria notturna e, mentre Anjali si stringeva la gola, il pazzo furioso svanì alla vista, nascosto dalla sua cappa di ombre. Ostacolato dall’effetto della granata magica, Thorne non era più in grado di vederlo: i suoi poteri di erebos erano stati disabilitati.

    “Anjali!” Il suo grido soffocato si mescolò con le urla e le strida delle altre due streghe. Premette contro i legami magici che lo tenevano immobilizzato, cercando di raggiungere la ragazza che era tutto per lui, che stava morendo dissanguata sull’erba a pochi passi da lui. La paura per la vita di Anjali stringeva il suo cuore in una presa di ferro. La sua pelle ardeva per la forza della sua lotta contro il potere delle streghe.

    Madhuri lo oltrepassò, fermandosi barcollando accanto ad Anjali, che era caduta in ginocchio e che ancora premeva contro il taglio sulla gola. Impallidiva un po’ di più a ogni istante.

    “Resisti, Anju.” Le mani della zia di Anjali tremarono mentre le portava alla ferita della nipote, e la morbida luce della magia guaritrice si diffuse nella notte.

    Lo sguardo di Anjali era fisso su qualcosa alle spalle di sua zia. Ebbe un sussulto e schiuse le labbra; un istante dopo, sua zia gridò e le ricadde addosso. Entrambe rovinarono a terra mentre una macchia scuriva la schiena del cappotto beige della zia, allargandosi sempre di più.

    Thorne strinse i denti. Suo nonno era ancora lì. Il bastardo aveva pugnalato Madhuri alla schiena, in modo che non potesse guarire Anjali. Senza dubbio, lo stronzo voleva assicurarsi che la chāyā darśinī morisse e, a quanto pareva, non disdegnava di far fuori altre streghe nel mentre. Ma certo. Non si sarebbe fermato fino a quando Anjali, sua zia e sua cugina non avessero giaciuto senza vita nella radura; dopodiché, era probabile che avrebbe dato il colpo di grazia a Thorne.

    Voltandosi per quanto gli era consentito dalla magia che lo immobilizzava, trovò Kiran. La donna era bloccata, gli occhi spalancati, le mani sollevate e tremanti, la pelle – normalmente color teak – ora pallida come frassino.

    Facendo forza contro il vincolo magico, Thorne gridò: “Liberami!”

    Con un gemito, la strega si voltò nella sua direzione. Tremava da capo a piedi, persino nel labbro inferiore. La vista di sua cugina e di sua madre che si dissanguavano sull’erba l’aveva palesemente spinta oltre il punto in cui era in grado di agire da sola. Maledizione, non avevano il cazzo di tempo perché le venisse un attacco di panico.

    “Se non mi liberi,” ringhiò Thorne, mentre la magia lo penetrava con artigli invisibili, risucchiandogli le forze, “moriranno entrambe… Lui non ti permetterà di salvarle… Ucciderà anche te…” Trattenendo un fremito mentre quel potere schiacciante lo teneva in una morsa d’acciaio, Thorne disse a denti stretti: “Liberami. Subito.”

    La consapevolezza di non avere più nulla da perdere apparve sui lineamenti di Kiran. Con un gesto della mano e una parola mormorata, la strega dissolse l’incantesimo che aveva avuto un effetto tanto devastante su Thorne. L’allontanarsi della magia fu come una brezza calda sulla pelle, risucchiata dal comando della strega. Thorne gemette alla sensazione del potere che si allontanava da lui, come se fosse stato sepolto sotto le macerie di un edificio crollato e ora potesse finalmente respirare liberamente.

    Mentre si alzava barcollando, riprese il controllo del suo corpo malridotto e passò lo sguardo lungo la radura. La sua vista di erebos stava tornando lentamente. Trascorsero istanti preziosi mentre lui sbatteva le palpebre, oltrepassando con lo sguardo il mucchietto che erano i corpi di Anjali e Madhuri – che ancora sanguinavano come maiali scannati, porca troia – nel tentativo di penetrare l’oscurità e individuare suo nonno.

    Il grido di Kiran lacerò l’aria notturna. Magia sibilò nella radura, seguita da un ringhio. Thorne si voltò di scatto, mettendo a fuoco lo sguardo – finalmente – sulla sagoma che emerse dalle ombre sempre più profonde. Come il sollevarsi di una nebbia, lo scudo di oscurità si dissolse e permise a Thorne di vedere chiaramente suo nonno… che stava caricando Kiran.

    “Attenta!” Thorne corse dalla strega, frapponendosi sulla traiettoria di suo nonno.

    Placcò il demone più anziano proprio quando questi stava per aggredire Kiran. Grugnendo, il bastardo cadde e Thorne con lui. Thorne si chinò per schivare la coltellata dell’altro demone e gli sferrò una ginocchiata nelle costole. Bloccando il gancio diretto nella sua direzione, lui riuscì ad afferrare il braccio con cui suo nonno impugnava il coltello e, con una torsione che strappò un grido di dolore al bastardo, lo costrinse a lasciar cadere la lama.

    Rotolando, suo nonno lo allontanò con un calcio. Thorne si arrestò a pochi passi di distanza, il suo corpo che gridava di protesta al brusco contatto col terreno. Non si era ancora ripreso del tutto dagli effetti della granata magica.

    “Alla tua destra,” gridò a Kiran.

    Rapida come un serpente che colpiva la preda, la strega scagliò un incantesimo nella direzione da lui indicata. Suo nonno fece una smorfia e schivò con un balzo. Ma non fu abbastanza rapido: la magia non lo colpì in pieno, ma gli passò abbastanza vicino da sfiorargli il fianco, facendolo vacillare e barcollare. Gli abiti del demone più anziano fumavano; il potere li aveva strinati e forse aveva fatto lo stesso con la pelle sottostante. Se l’incantesimo avesse colpito direttamente il nonno di Thorne, era molto probabile che lo avrebbe ucciso.

    Thorne approfittò del momento di debolezza durante il quale suo nonno riprese l’equilibrio per saltargli addosso. Gli sferrò un colpo al plesso solare e approfittò del momento in cui il bastardo riprese fiato per colpirlo col palmo della mano alla gola, peggiorando la sua già faticosa respirazione. Indebolito com’era dal colpo magico di Kiran, suo nonno era ora allo stesso livello di Thorne.

    Ma lo stronzo aveva ancora degli assi nella manica. O meglio, delle lame. Un sorriso crudele gli lacerò il viso mentre estraeva un pugnale da un fodero nascosto sull’avambraccio e colpiva prima che Thorne potesse fermarlo. Il suo torace prese fuoco quando la lama penetrò la pelle del petto. Esalando il fiato, Thorne si mosse verso la fonte del dolore, verso il pugnale. La mossa sorprese suo nonno, sconvolgendolo al punto da rendere facilissimo a Thorne afferrargli la nuca e il mento fra le mani e rompergli il collo con una torsione brutale.

    Mentre i suoi occhi perdevano la luce della vita, suo nonno si immobilizzò e rovinò sull’erba. Thorne si estrasse la lama dal petto, tossendo sangue.

    Anjali. Col terrore che gli gelava le vene, barcollò fino al punto in cui la giovane giaceva, la pelle un marrone polveroso che indicava una pericolosa perdita di sangue. Kiran si era già accovacciata accanto a lei, le lacrime che le scorrevano lungo il viso mentre imponeva mani tremanti sulla ferita di sua cugina, cercando di guarirla. Dopo qualche istante, passò alla madre, che giaceva bocconi accanto ad Anjali, ansimando per il dolore e la fatica del corpo che lottava contro la ferita. Le mani di Kiran ripresero a brillare mentre cominciava a guarire la pugnalata nella schiena di sua madre.

    Anjali aveva gli occhi chiusi, le labbra schiuse, il respiro rapido e debole. Si teneva le mani premute contro il taglio alla gola, che non era ancora guarito bene dopo il breve soccorso di Kiran. Il sangue gocciolava ancora lentamente fra le sue dita macchiate di rosso.

    “Non posso guarirle entrambe.” La voce di Kiran tremava, sottilissima nella gelida notte. “Non sono una guaritrice. La mia magia non è abbastanza forte per questo.” Il respiro della giovane strega era rapido e debole, e il suo sguardo continuava a correre fra sua madre e sua cugina.

    Madhuri si mosse. “Salva… Anjali.”

    “Maa-ji…” La voce di Kiran si incrinò.

    “Fallo, beta. Ti prego. Lasciami perdere.”

    Con un singhiozzo, Kiran allontanò le mani dalla ferita sanguinante nella schiena di Madhuri. Col cazzo. Thorne le afferrò i polsi e li riportò sulla ferita mortale. Non avrebbe premesso che Anjali perdesse anche sua zia.

    “Penso io ad Anjali,” disse in risposta al cipiglio di Kiran.

    “Come–?”

    “Non le piacerà, ma le salverà la vita.” Afferrò il pugnale di suo nonno, caduto nelle vicinanze, e si tagliò il polso sinistro.

    Kiran spalancò gli occhi. “Vuoi accoppiarti con lei, vero?”

    “Tanto, dopo mi ucciderete comunque. Non dovrà sopportarlo a lungo.” Lanciata un’occhiata a Madhuri, Thorne sbraitò: “Continua a guarirla.”

    Kiran ebbe un sussulto, ma obbedì, tornando a riversare magia curativa nel corpo di sua zia.

    Accovacciato accanto ad Anjali, Thorne la sollevò la testa e premette il polso contro le sue labbra schiuse. Anjali era fredda, freddissima. Ti prego, fa’ che non sia troppo tardi.

    “Bevi,” le mormorò all’orecchio. “Ho bisogno che tu viva.”

    Consumare il suo sangue avrebbe legato Anjali a Thorne nel vincolo più stretto che un demone era in grado di formare. Sarebbero stati accoppiati, uniti da un legame che andava oltre le emozioni. Anjali avrebbe condiviso alcuni dei suoi poteri… compresa la guarigione rapida.

    “So che mi odi, adesso.” Thorne permette la fronte contro quella della ragazza, le sue lacrime a inumidirle il viso. “Non devi smettere di farlo. Ma bevi, ti prego. Dopo, potrei fare di me quello che vuoi. Potrai uccidermi. Farmi del male. Non mi importa. Ma devi essere viva per farlo.” Le accarezzò i capelli. “Bevi, Anjali, ti prego.”

    Le labbra della giovane si chiusero attorno al taglio sul suo polso. La prima succhiata fu debole, a riprova delle sue condizioni fragili. Ma quella successiva era già più forte; la sensazione di lei che succhiava il suo sangue gli scorse lungo il braccio, arrivando dritto al cuore. La pelle di Thorne formicolò quando lei succhio con più forza. In circostanze diverse, in un’altra situazione, quello scenario sarebbe stato dannatamente erotico. Condividere il sangue era qualcosa di intimo, un gesto di fiducia e passione, e spesso avveniva durante l’atto d’amore.

    Con Anjali sull’orlo della morte, il cuore pieno di odio per lui, quella situazione non avrebbe potuto essere più distante dallo scenario normale di condivisione del sangue.

    Mentre Anjali beveva, la ferita alla gola smise di sanguinare e quando lei allontanò le mani dal taglio, la pelle macchiata di rosso cominciò a guarire. Il processo fu più rapido di quando Thorne si era ripreso dallo scontro col mostro nel tunnel, perché evidentemente suo nonno aveva mancato la carotide: la ferita di Anjali era stata abbastanza profonda da provocare una perdita di sangue all’apparenza pericolosa, ma le arterie principali erano ancora intatte. Il corpo della giovane avrebbe comunque impiegato un po’ di tempo a riparare tutti i danni, ma lei non avrebbe perso altro sangue e, per il momento, sarebbe rimasta sufficientemente stabile.

    Mentre il legame di accoppiamento fra di loro si fissava, Anjali respinse il polso di Thorne, voltando la testa. Non guardò nemmeno nella sua direzione. La debole eco delle sue emozioni scivolò lentamente lungo il nuovo legame condiviso. Un’emozione particolare risaltava fra tutte: il disgusto. Rotolando su un fianco, lontano dal grembo di Thorne, la giovane si sollevò parzialmente e si trascinò fino a Madhuri. Kiran aveva finito di guarirla e madre e figlia si abbracciarono strettamente per un istante prima che Madhuri si voltasse verso Anjali e attirasse anche lei in un abbraccio gentile.

    Thorne lasciò cadere il sedere per terra, gioia e mestizia che si mescolavano in un cocktail esplosivo nel suo sangue. È viva. Nient’altro aveva importanza. Tutto il resto poteva anche svanire.

    Una morsa magica si serrò attorno a lui, paralizzando le sue membra mentre nuove ondate di dolore pulsavano attraverso di lui. Thorne cadde e atterrò violentemente sul viso, incapace di muovere braccia e mani per rompere la caduta. Madhuri lo aveva sottoposto di nuovo al suo incantesimo. Ma rispetto a quello precedente, questo era più mirato a infliggere danno. Thorne sentiva il potere della strega scorrere dentro di lui, come filo spinato trascinato lungo i nervi. Senza dubbio, gli stava provocando un’emorragia interna al livello di qualunque ferita esterna lui avesse mai subito. La sua vista si oscurò. Sentì il sapore metallico del sangue in bocca.

    “Fermati.” Il comando roco giunse da Anjali, la cui voce tradiva i residui della lesione recente. Quando Madhuri non reagì, non allentò la presa del suo potere, Anjali aggiunse, a bassa voce ma duramente: “Mausi-ji.”

    Lo tsunami di dolore si ritrasse. Con tutto il corpo che pulsava per i postumi dell’assalto magico, Thorne sollevò lo sguardo sul volto rigato di lacrime della strega che amava. A giudicare dal bagliore freddo nei suoi occhi marroni e dall’amarezza che risuonava lungo il legame di accoppiamento, lei non avrebbe mai ricambiato quel sentimento.

    “Vattene,” gracchiò Anjali.

    “No.” Madhuri raggiunse la nipote. “Non può andarsene come se nulla fosse.”

    Anjali si voltò verso la zia; le linee dure attorno alla sua bocca e i suoi occhi non ammettevano discussioni. “Lascialo andare e basta.”

    “Un corno. Ha ucciso mia sorella.”

    “E ha salvato la tua vita, salvando la mia.” La voce di Anjali suonava come trascinata sul cemento, da tanto era lo sforzo delle corde vocali nel pronunciare tutte quelle parole. I fremiti di dolore che Thorne colse attraverso il legame che li univa lo tagliarono come artigli. “Ha pagato il suo debito di sangue.”

    Quando Anjali si rivolse nuovamente a Thorne, riuscì solo a bisbigliare. “Ma non voglio rivederti mai più. Allontanati dalla mia vista e dalla mia vita. Sappi che, la prossima volta che ci incontreremo, ti tratterò come qualunque chāyā darśinī dovrebbe trattare un demone ombra.”

    In altre parole, lo avrebbe ucciso.

    Thorne aveva fatto pace con quell’idea, si era persino rassegnato alla morte, se lei lo avesse voluto. Aveva sempre saputo che, indipendentemente dai dettagli, non ne sarebbe uscito col cuore intatto. Di diritto, non avrebbe nemmeno dovuto esserci una parte di lui in grado di soffrire.

    E tuttavia, mentre fissava la fredda realtà che era Anjali che lo mandava al diavolo, sarebbe stato disposto a scambiare quel momento col dolore lacerante dell’incantesimo di Madhuri. Senza esitazione. Perché nulla avrebbe mai potuto fargli tanto male quanto vedere tutto quel disprezzo, quel tradimento profondo e devastante scritto sul viso di Anjali. Il disgusto della giovane scorreva fino a lui lungo il legame, mescolato con crepacuore e sofferenza. Non c’era nulla di peggio di lei che lo considerava come la creatura vile e tossica che era, di vederla rendersi finalmente conto che tutti gli altri avevano ragione riguardo a lui.

    Thorne rovinava tutto ciò che toccava.

    * * *

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