• Ombre demoniache – Capitolo 6

    Anjali fissò il cellulare appoggiato vicino a lei sul letto. Distolse lo sguardo, giocherellando col bordo del copriletto viola e dorato, poi riportò la sua attenzione sul cellulare. Esso rimase silenzioso. Era acceso?

    Anjali lo raggiunse velocemente e controllò le impostazioni per la millesima volta. Sì, era acceso. Il volume era al massimo e c’era campo. Era tutto a posto.

    E non c’era nemmeno una telefonata o un messaggio da parte di Thorne.

    Il petto contratto da un’emozione a cui lei non voleva dare nome, Anjali aprì la rubrica, scese fino al nome che faceva fare strane acrobazie al suo cuore e premette “chiama”. Il telefono suonò più e più volte, i trilli che risuonavano nel silenzio della sua stanza come per prenderla in giro. Scattò la segreteria – un messaggio generico, nemmeno registrato da Thorne – e Anjali mise giù. Di nuovo.

    Chiuse gli occhi per un istante, lo stomaco che si rivoltava per l’ansia. E se gli fosse successo qualcosa? Thorne non era invincibile – le lacerazioni sul petto e sul fianco le apparvero agli occhi della mente, la pelle del demone zuppa di sangue una prova della sua mortalità – e la sua vita non era certo esente da pericoli. Deglutendo, Anjali sbirciò fuori dalla finestra, verso il cielo spennellato dei colori vivaci del tramonto.

    E se ci fosse un altro motivo dietro la sparizione di Thorne? E se l’incontro con sua zia lo avesse spaventato? Se gli avesse ricordato che lui e Anjali appartenevano a mondi diversi, che il resto della famiglia di lei sarebbe stato felicissimo di vederlo morto? Era un buon motivo per rompere con qualcuno. Porca miseria.

    Anjali poteva davvero biasimarlo? In fondo, quella in gioco era la vita di Thorne. Come poteva lei garantirgli che la sua famiglia lo avrebbe lasciato in pace?

    La merda le era arrivata al collo dopo che lei e zia Madhuri erano tornate a casa la sera prima. Sua zia non aveva perso tempo a raccontare tutto al resto della famiglia e le orecchie di Anjali fischiavano ancora per la gara di urla che era cominciata subito dopo.

    Sua nonna, nani Shobha – strega Anziana e stimato capo della famiglia Gupta – era parsa prossima a un colpo apoplettico; sua cugina Kiran aveva arricciato labbra e naso e le aveva dedicato uno sguardo da “come hai potuto?”; sua cugina di secondo grado Jaya si era coperta la bocca con entrambe le mani, gli occhi spalancati, e non le aveva tolte da lì per il resto della sceneggiata; e suo padre… Anjali fece una smorfia, colma di disagio al ricordo dello sguardo di suo padre quando aveva scoperto che la sua unica figlia frequentava un demone.

    Non importava quanto Anjali fosse certa dei propri sentimenti per Thorne e quanto avrebbe voluto che non le importasse nulla che la sua famiglia approvasse la sua vita sentimentale; la verità era che le importava molto. Che razza di vita si poteva avere se i tuoi parenti più prossimi non solo non approvavano il tuo ragazzo, ma avrebbero voluto vederlo incatenato in una segreta… o peggio? Non avrebbe mai potuto portare Thorne a casa, perché Nai Shobba avrebbe preferito uscire di casa nuda di fronte a tutte le altre famiglie di streghe piuttosto che modificare le barriere protettive attorno alla casa per consentire l’accesso a un demone.

    Sospirando, Anjali si recò alla finestra e guardò la strada ora avvolta nell’oscurità, con l’eccezione del bagliore intermittente dei lampioni di fronte alle case. Perché doveva essere così difficile? Nemmeno accennare all’esempio di Merle e portare la prova che il marito dell’altra strega, Rhun, fosse un onesto membro della loro comunità aveva fatto cambiare opinione alla sua famiglia riguardo a Thorne.

    Dopo ore di discussioni accalorate, Anjali aveva semplicemente voltato le spalle e se n’era andata, sbattendo la porta di camera sua. Le espressioni soffocate di indignazione degli altri per il suo comportamento avevano continuato a giungerle mentre lei giaceva sul letto, cercando invano di contattare il demone che aveva difeso di fronte alla sua famiglia per buona parte della giornata.

    A un certo punto, le discussioni si erano arrestate, rimpiazzate da mormorii sommessi che Anjali aveva colto solo occasionalmente, quando era andata in bagno. Ogni volta che si era avvicinata per sentire meglio quello di cui stavano discutendo – doveva trattarsi ancora di lei e Thorne, se lo sentiva dentro – gli altri si erano zittiti. In maniera molto sospetta.

    La cena era stata un esercizio di silenziosa tortura emotiva. Anjali non aveva mai compreso davvero il significato dell’espressione “passivo-aggressivo” fino a quando non aveva dovuto guardare zia Madhuri e nani Shobha preparare il tavolo e servire il cibo con movimenti talmente carichi di rimprovero colpevolizzante da saturare l’aria. Non avevano parlato del convitato di pietra, ma questi aveva fatto sentire la sua presenza incombente. Anjali non si era mai sentita così disprezzata, così alla gogna. Le occhiate che le lanciava Kiran erano diverse, ora, come se la vedesse sotto una luce nuova e non lusinghiera. Anjali non ci mise molto a finire di mangiare e ad alzarsi da tavola.

    I rumori, in casa, si stavano attenuando; i membri della sua famiglia si stavano ritirando nelle loro stanze. Stando a quanto Anjali aveva potuto sentire, Kiran aveva messo a letto sua figlia da un po’ e nani Shobha si era già coricata.

    Anjali si morse il labbro, l’ansia che le formicolava sottopelle. Se Thorne non avesse risposto a breve ai suoi messaggi, lei sarebbe semplicemente uscita di nascosto per vedere se fosse nel suo appartamento. Doveva vederlo.

    Le squillò il telefono. Anjali spiccò un salto di mezzo metro, il cuore in gola. Inciampando nei suoi stessi piedi, corse a letto e afferrò il cellulare. Il nome di Thorne lampeggiava sul display. Il suo stomaco palpitò mentre le rispondeva.

    “Va tutto bene? Ero preoccupatissima.”

    La voce di Thorne all’altro capo della linea era come un balsamo per i suoi sensi. “Sono fuori da casa tua. Poi uscire?”

    * * *

    La voce di Anjali era soffusa di ansia; il suo normale timbro profondo era svanito. Era preoccupata per lui. Il solo pensiero trafisse il cuore di Thorne con un aculeo di rimpianto, mescolato a una gioia inappropriata per il fatto che lei lo considerasse abbastanza importante da preoccuparsi per lui.

    “Certo,” disse la ragazza. “Scendo fra un po’. La mia famiglia sta già andando a letto e credo che fra non molto dovrei riuscire a sgattaiolare. Dammi un po’ di tempo dopo che sarò uscita, così che possa sfuggire a chiunque mi talloni.” Una pausa, carica di significato. “Me ne hanno dette di tutti i colori per tutta la giornata.”

    “D’accordo. Vediamoci nel parco in fondo alla strada. Io rimarrò fra le ombre, ma ci sarò.”

    Thorne mise giù, il cuore che martellava contro le costole, il petto contratto dalla pressione di ciò che avrebbe dovuto fare presto. Se solo fosse riuscito a uccidere suo nonno…

    A proposito del diavolo, il vecchio demone uscì dall’angolo del garage che aveva usato come nascondiglio, continuando comunque ad assicurarsi di non essere visibile dalla casa di Anjali. “Allora,” gracchiò suo nonno, “la tua Anjali viene a trovarci?”

    Thorne annuì seccamente, lo sguardo fisso sulle finestre della stanza di Anjali, osservando la sua silhouette muoversi dietro le tende sottili. Il fatto che suo nonno avesse in bocca il nome di lei lo infastidiva, come se il bastardo la stesse in qualche modo violando. Beh, presto non sarebbe più stato una minaccia per Anjali.

    Thorne strinse i denti al pensiero di quanto avrebbe dovuto coinvolgere la sua strega in quella faccenda. Dannazione, avrebbe preferito tenerla fuori, proteggerla del tutto da quella situazione. Dopo essersi offerto di uccidere personalmente Anjali – aveva dovuto farlo, per evitare che suo nonno agisse da solo e senza lasciargli il tempo di formulare un piano – aveva atteso un’occasione qualsiasi, per quanto piccola, per cogliere alla sprovvista il demone più anziano. Ma era chiaro che suo nonno sospettava ancora di lui e che non credeva del tutto che avesse cambiato idea. Lo stronzo non aveva abbassato la guardia nemmeno per un secondo. Thorne non sarebbe riuscito a farlo fuori se questi avesse continuato a essere così guardingo.

    Doveva aggredirlo quando il demone più anziano non se lo aspettava, quando si fosse fidato di Thorne a sufficienza da essere meno pronto allo scontro. Considerato che suo nonno era leggermente più forte di lui – essendo un demone purosangue, a differenza di Thorne, che era in parte umano – e che il peso dei traumi infantili di Thorne riduceva la sua capacità di combattere, lui aveva bisogno di quel momento di sorpresa e di debolezza da parte di suo nonno per vincere.

    E, fino a quel momento, il bastardo lo aveva tenuto d’occhio per tutto il giorno con occhi d’aquila, il viso rugoso segnato dal sospetto. Il vecchio gli aveva persino confiscato il cellulare, “per assicurarmi che tu non avverta la tua strega.” Cosa che lui non avrebbe fatto comunque; non che avesse importanza. Meno avrebbe coinvolto Anjali in quella faccenda, meglio sarebbe stato. E perché il suo piano funzionasse, aveva bisogno che lei rimanesse all’oscuro di tutto, così che la sua reazione fosse genuina e suo nonno venisse meglio ingannato.

    Thorne si allontanò lungo la strada, per dare ad Anjali un po’ di spazio per seminare chiunque potesse seguirla. “Quando cominceranno le danze,” disse al demone che lo tallonava tenendosi fuori vista, “tu ne rimarrai fuori. Lo farò io e a modo mio.”

    “Non pensare nemmeno di tradirmi, ragazzo. Sarebbe il tuo ultimo errore. Non sottovalutarmi. Prova a fregarmi e torturerò la tua bella streghetta di fronte ai tuoi occhi solo per farti sanguinare l’anima.”

    “Non preoccuparti.” La voce di Thorne era fredda come il suo cuore al pensiero di Anjali ferita a causa sua. “Ho finito con lei. Voglio solo darle un regalino d’addio.”

    Suo nonno grugnì, poi sputò sull’erba immacolata del cortile che stavano attraversando. Thorne dovette serrare le mani a pugno per soffocare l’impulso di massacrarlo di botte lì e ora. È troppo presto. Non era ancora giunto il momento. Se fosse saltato addosso a suo nonno ora, lo stronzo sarebbe stato comunque avvantaggiato. Era esattamente quello che il demone più anziano si aspettava da lui. L’unico modo per convincerlo che Thorne aveva davvero rinunciato ad Anjali e che voleva ucciderla era… ucciderla. O meglio, fingere di farlo.

    Il piano gli faceva rivoltare lo stomaco per la nausea e gli provocava sudori freddi, ma vedere Thorne che “uccideva” Anjali era l’unica cosa che avrebbe spinto suo nonno ad abbassare la guardia a sufficienza perché lui avesse una minima possibilità di stenderlo. Dopodiché, avrebbe potuto offrire il demone privo di conoscenza ad Anjali, in modo che la sua famiglia di streghe si occupasse di lui. Le avrebbe consegnato il demone ombra che lei avrebbe dovuto trovare e uccidere… il suo vero dono d’addio.

    Perché, una volta finito tutto, lui intendeva andarsene. Sarebbe svanito dalla vista di Anjali come avrebbe dovuto fare molto tempo prima. Le parole di suo nonno – per quanto colme di odio e di risentimento – contenevano una verità che lui non poteva negare. Era impossibile che riuscisse a far funzionare le cose con Anjali. In un modo o nell’altro, lei avrebbe scoperto che lui era il responsabile della morte di sua madre e non sarebbe mai riuscita a perdonarlo. Lasciarla le avrebbe fatto del male, certo, ma quel genere di sofferenza non sarebbe stato nulla rispetto al dolore che avrebbe provato se avesse appreso del suo tradimento. Se Thorne se ne fosse andato subito, prima che lei lo scoprisse, Anjali avrebbe potuto ricordarlo come quello che le aveva spezzato il cuore, ma meglio così che condannarla a pensare a lui come al demone che le aveva strappato sua madre.

    Con passo appesantito dal senso di colpa, Thorne raggiunse il parco in fondo alla strada dove viveva Anjali. La notte si era avvolta strettamente attorno alla piccola dimora, mormorando cupamente fra gli alti abeti. Le scarpe di Thorne scricchiolarono sulla ghiaia mentre lui imboccava il sentiero che conduceva al cuore della piccola foresta. Costruita sul modello di un parco naturale, la zona era ancora piuttosto incontaminata dal punto di vista della vegetazione: agli arbusti, ai cespugli e agli alberi coperti di muschio era stato permesso di crescere liberamente.

    Il sentiero si inoltrava nel profondo dei boschi, fino ad aprirsi in una radura naturale lungo un torrente gorgogliante. Thorne si fermò lì, inalando la pulita aria notturna, il fiato che si condensava caldo di fronte a lui nel freddo dell’oscurità.

    “Che bel posticino.” Suo nonno gli si mise accanto, un sogghigno dipinto sul viso.

    “Farai meglio a sparire. Lei arriverà presto.”

    “Ricordati…” Il vecchio volpone bastardo inclinò la testa mentre trafiggeva Thorne con un’occhiata. “Non fare cazzate.”

    “So quello che sto facendo.”

    Suo nonno camminò indietreggiando, lo sguardo fisso su Thorne, un barlume di ammonizione negli occhi. Le ombre della sua cappa vorticarono attorno a lui, smuovendo l’aria con pennellate di oscurità penetrabile solo dallo sguardo di un altro erebos… o di una chāyā darśinī. Presto, il demone si mescolò al sottobosco della linea degli alberi, a circa un minuto di distanza.

    Non un minuto troppo presto.

    Un ronzio acuto si diffuse nella notte, avvicinandosi rapidamente. Un attimo dopo, Anjali apparve a gran velocità sul sentiero in sella alla sua bicicletta, i capelli sciolti una danza di seta nero-blu alle sue spalle. Si fermò a pochi passi, lasciò cadere la bicicletta nell’erba e corse da Thorne. Lui la prese fra le braccia, ondeggiando all’impatto col missile Anjali.

    “Mi sei mancato,” mormorò lei contro il suo collo, mandando ondate di calore e desiderio lungo la sua spina dorsale.

    Thorne la strinse a sé, inalò il suo profumo e si crogiolo in ciò che presto avrebbe dovuto lasciare. Se solo avesse potuto fermare quell’istante…

    Anjali lo baciò sul collo, sulla guancia, sfiorò le sue labbra con le proprie. Il suo tepore, la sua vita, si diffusero in lui, fino a punti che erano stati freddi molto a lungo e che presto sarebbero tornati privi di vita. Il cuore gli doleva a ogni respiro. Mi dispiace, Anjali.

    Senza rompere l’abbraccio, infilò una mano nella tasca della giacca, aprì la scatolina che aveva portato da casa e intinse il pollice nella pasta di belladonna modificata magicamente in essa contenuta. Il piano era tanto semplice quanto foriero di colpevolezza: avrebbe sfiorato col pollice le labbra di Anjali, assicurandosi che parte della pasta toccasse le mucose della sua bocca, dove la tossina sarebbe stata velocemente assorbita nel sangue. La giovane non si sarebbe nemmeno resa conto di cosa l’aveva colpita; nel giro di qualche istante, avrebbe perso conoscenza. Agli occhi del mondo, sarebbe parsa morta. Solo se qualcuno avesse controllato molto attentamente il battito cardiaco avrebbe scoperto che il suo cuore batteva ancora. Si sarebbe svegliata meno di un’ora dopo, senza aver riportato alcun danno permanente. Per quanto pericolosa fosse la belladonna pura non trattata, la pasta raffinata magicamente che lui aveva in mano non provocava nessuno degli effetti collaterali nocivi dell’erba.

    Era una droga così potente da comparire persino nel Romeo e Giulietta di Shakespeare: seppur non menzionata per nome, si trattava della pozione che Giulietta aveva bevuto per fingersi morta.

    Pur sapendo che quella mossa non avrebbe fatto del male ad Anjali, il senso di colpa per aver tradito la sua fiducia in quel modo gli bruciava. Il cuore gli batteva all’impazzata nelle orecchie, la mano che aveva in tasca si chiuse a pugno mentre l’altra, appoggiata alla guancia di Anjali, tremava.

    La giovane si staccò leggermente e lo guardò in viso. “Va tutto bene?”

    “Sì.” Thorne riuscì a malapena a spingere la parola oltre il groppo che aveva in gola.

    Anjali stava per dire qualcosa, ma arricciò il naso e starnutì. “Scusa,” disse tirando su col naso. “Maledetta allergia. Deve esserci dell’artemisia, da queste parti.” Si mise entrambe le mani nelle tasche della giacca, evidentemente in cerca di un fazzoletto. Aggrottò la fronte. “Ma che–”

    Estratto qualcosa dalla tasca destra, Anjali lo tese di fronte a sé. La luce della luna si riflesse su una spilla tempestata di gemme, che Anjali rigirò fra le dita.

    Thorne strinse gli occhi alla vista del gioiello. Da esso pulsava una lieve traccia di magia. “È il tuo amuleto protettivo?”

    “No, non ne ho preso uno, questa volta,” mormorò Anjali. “Non so cosa sia. Non ce l’ho messo io.” Un istante dopo, la sua espressione crollò. “Non ci credo.” Il volto indurito dall’allarme, lei si voltò di scatto, passando lo sguardo sulla radura.

    “Cosa c’è?” chiese Thorne, l’ansia che generava una corrente elettrica sotto la sua pelle.

    Un tonfo in mezzo all’erba gli fece abbassare lo sguardo. A circa mezzo metro da lui, un oggetto rotondo rotolò fino a fermarsi.

    Anjali si voltò di nuovo, gli occhi spalancati. “Thorne, atten–”

    La sfera, delle dimensioni di una pallina da golf, brillò ed esplose. Un lampo accecante illuminò la radura per un istante… e poi il potere travolse Thorne con la forza di un bazooka. Lui barcollò, la vista che si tingeva di bianco, e cadde in ginocchio.

    * * *

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