I muscoli che tremavano, Anjali si arrampicò lungo l’ultimo tratto di corda e afferrò il davanzale della finestra. Con uno sbuffo poco dignitoso, si sollevò sulle braccia e riuscì a infilare una gamba nella sua stanza. Devo esercitarmi di più nello scalare i muri. Beh, non che avesse mai pensato che le sarebbe toccato scalare regolarmente la parete esterna della casa di famiglia ed entrare furtivamente in camera sua.
Ma era esattamente ciò che aveva fatto le ultime due notti. Aveva finto di andare a letto presto, era uscita furtivamente da casa una volta che tutti dormivano e poi era tornata inosservata prima dell’alba. Qualcuno avrebbe potuto pensare che fosse un’adolescente ribelle intenta a non combinare nulla di buono, piuttosto che una strega adulta di ventidue anni. Ma con una famiglia come la sua, dove tutti si facevano gli affari di tutti costantemente e la privacy era ridimensionata ai brevi momenti in cui si doveva andare in bagno, cos’altro avrebbe potuto fare?
Atterrò con un tonfo sul pavimento, si alzò e guardò fuori dalla finestra. Laggiù, appoggiato all’acero di fronte alla casa, circondato da ombre rutilanti che solo il suo sguardo poteva penetrare, c’era il motivo per cui Anjali si comportava come una ragazzina innamorata. Salutò Thorne – visibilmente rassicurato dal fatto che fosse arrivata a casa sana e salva – e lui sorrise, annuì e si incamminò nuovamente verso la città.
Mentre Anjali lo guardava camminare lungo la strada, sotto le delicate sfumature dell’alba all’orizzonte, il suo cuore si colmò di una stranissima mistura di dolore dolceamaro e gioia brillante. Aveva trascorso le ultime due notti con lui, ora rubate nell’oscurità, e più dettagli aveva appreso sul suo demone ombra, più si era irrimediabilmente innamorata di lui. Thorne tirava i fili del suo cuore. La faceva scoppiare di gioia. E soprattutto, la circondava con un affetto così dolce da farla sentire protetta da ogni male. Il modo in cui la guardava, la toccava, con tanto stupore e devozione, le faceva perdere la testa.
Potevano far funzionare le cose. In qualche modo, lei avrebbe trovato un modo per dare delicatamente la notizia alla sua famiglia e avrebbe fatto capire loro che Thorne era buono, che non aveva cattive intenzioni. Merle aveva convinto la comunità delle streghe ad accettare il suo amato demoniaco; perché non poteva riuscirci anche lei?
Non per la prima volta negli ultimi due giorni, i suoi pensieri corsero alla sorella maggiore della sua migliore amica Maeve e a come la nuova Anziana aveva lottato per conquistare il diritto di tenere al suo fianco il proprio demone, in modo ufficiale e irrevocabile, nelle vesti di suo marito e compagno. Ciò le dava speranza, la spingeva a sognare un futuro nel quale anche lei avrebbe potuto avere orgogliosamente Thorne nella sua vita, allo scoperto, non come amante segreto dal quale doveva recarsi furtivamente nottetempo.
Si cambiò e si infilò a letto; la fatica dovuta all’aver trascorso la maggior parte della notte sveglia – Thorne non le aveva permesso di dormire molto – la fece addormentare subito. Per poche, troppo poche ore, si godette il meritato riposo, fino a quando sua cugina Kiran entrò nella stanza e le disse senza mezzi termini che dormire fino alle dieci di mattina non si addiceva a una strega della sua età.
Con la figlia neonata appoggiata a un fianco, Kiran attese che Anjali si staccasse dalle coperte. “Vieni, dormigliona. Maa vuole vederti in cucina.”
“Ancora qualche minuto,” borbottò Anjali contro il cuscino. “O magari un paio d’ore…
“Bas, Anju, hai già dormito abbastanza. Non capisco come tu faccia a essere così stanca. Sei andata a letto alle nove. Hai dormito tredici ore e non vuoi alzarti? Non ti senti bene?” Kiran avanzò a grandi passi e premette una mano contro la fronte di Anjali.
Anjali la allontanò abbracciando. “Piantala. Sto bene.”
“Ti preparo la zuppa.” Kiran girò sui tacchi e uscì, facendo rimbalzare contro il fianco sua figlia Sunita mentre camminava. “Maa-ji,” esclamò Kiran mentre scendeva le scale. “Anju non si sente bene. Le preparo qualcosa.”
Santi dei, aiutatemi. Anjali si sfregò il viso con entrambe le mani. A volte, la prospettiva di andarsene di casa e vivere da sola come aveva fatto Maeve le sembrava un’ottima idea. D’altro canto, la sua migliore amica aveva dovuto pagare un grande prezzo per il tentativo di conquistare l’indipendenza dalla sua famiglia di streghe.
Col cuore che ancora doleva per la scoperta dell’ordalia che Maeve aveva vissuto, Anjali si appuntò mentalmente di richiamare in giornata la sua migliore amica. Quando Maeve era stata rapita e torturata fino quasi alla follia, il viso sfregiato fino a renderlo irriconoscibile, Anjali si trovava in India per far visita a dei parenti e aveva scoperto l’accaduto solo due settimane dopo, al suo ritorno. La necessità di stare accanto alla sua amica, di concedere a Maeve un po’ di normalità dopo un tale orrore, semplicemente parlando, facendole compagnia, strappandole un sorriso, era un impulso costante sotto la pelle di Anjali.
Mandò un messaggio a Maeve, chiedendole come stesse e dicendole che l’avrebbe chiamata più tardi, poi si trascinò fuori dal letto, fece la doccia, si vestì e scese in cucina.
Zia Madhuri stava sminuzzando delle erbe mentre chissà quale mistura bolliva sui fornelli. All’ingresso di Anjali, sua zia sollevò la testa, lo sguardo acuto che catalogò ogni dettaglio del suo aspetto, e Anjali dovette soffocare il sospetto che zia Madhuri potesse vedere oltre le sue menzogne e fin nel profondo dei suoi segreti.
“Kiran dice che non ti senti bene,” disse zia Madhuri. “Cosa c’è?”
“No, tranquilla. Va tutto bene. Non preoccuparti, Mausi-ji.” Anjali prese uno dei pasticcini che sua zia aveva preparato quella mattina. “Volevi parlarmi?”
“Sì. Ho bisogno che tu venga in pattuglia con me, questa sera.”
Lo stomaco di Anjali precipitò fino al pavimento. Andare in pattuglia significava non poter vedere Thorne… Ingoiando il boccone, atteggiò i suoi lineamenti in un’espressione indifferente. “D’accordo. C’è qualcosa che non va?” Erano secoli che non le toccava uscire di pattuglia: per molto tempo, in zona, non si erano viste tracce di demoni ombra.
“Una strega è stata uccisa e un’altra è rimasta ferita. La strega ferita è Serena della famiglia Holt; credo che tu l’abbia vista al matrimonio di Elise–”
Anjali annuì.
“–il suo resoconto dell’aggressione suggerisce un erebos. Abbiamo fatto qualche indagine nella comunità soprannaturale e gira voce della presenza di un demone ombra nel vicinato.”
Un terrore gelido si diffuse nel cuore di Anjali, ghiacciandolo. Non poteva essere stato Thorne. Era impossibile. A parte il fatto che lei aveva trascorso le ultime due notti con lui – la qual cosa gli forniva un alibi di ferro – Anjali sapeva, nel profondo della sua anima, che Thorne non avrebbe mai potuto compiere un crimine del genere. Doveva trattarsi di un altro demone ombra, giunto di recente nella zona.
“Chi è rimasta uccisa?” mormorò, l’empatia per l’altra famiglia di streghe che le faceva dolere il petto.
“Penelope Ortiz.”
Anjali conosceva di vista Penelope: era una strega vivace, dai lineamenti fini e i dolci occhi marroni. Aveva lasciato due figlie orfane. “Che cosa orribile.” Anjali si massaggiò lo sterno, il cuore che piangeva per le due ragazze che ora avrebbero dovuto crescere senza la loro mamma. Io ne so qualcosa.
“Sì.” Il viso di zia Madhuri era contratto dal dolore e segnato da una rabbia sobbollente. “E noi cattureremo il saala che l’ha commessa.”
Come abbiamo catturato l’assassino di mia madre? Il pensiero lampeggiò nella mente di Anjali, che riuscì a malapena a trattenersi dal pronunciarlo ad alta voce. Non era colpa di sua zia se non avevano mai trovato l’assassino di sua madre. Anzi, si trattava di un fallimento di Anjali come chāyā darśinī. Un fallimento che le pesava, che ogni tanto tornava a coglierla alla sprovvista, per mozzarle il fiato e farle dolere il cuore.
“Aree, sweetu, non fare così.” Zia Madhuri la abbracciò; il suo sguardo acuto aveva notato le labbra tremanti di Anjali e il velo di lacrime nei suoi occhi. “Non pensarci,” le mormorò fra i capelli, circondandola di amore e di calore. “Non è colpa tua. Sappiamo tutti che hai sempre fatto del tuo meglio. E anche tua madre lo sa.”
Anjali annuì, la gola serrata e gli occhi che bruciavano.
“Prenderemo il demone questa volta. Ro mat, beta. Non piangere.”
“D’accordo.” Anjali fece un passo indietro, si asciugò gli occhi e tentò un sorriso.
Zia Madhuri le accarezzò la guancia e ricambiò il sorriso. Kiran la abbracciò rapidamente da dietro.
“Chalo na – andiamo,” disse sua cugina, attirandola in salotto. “Sunita vuole farti vedere una cosa.”
E prima che Anjali capisse cosa stesse succedendo, si ritrovò circondata dalle risate, dai sorrisi e dal gongolare di una bambina di due anni.
* * *
Non posso venire da te questa sera. Sono di pattuglia. Ti chiamo non appena ho un momento.
Anjali aveva mandato quel messaggio a Thorne prima di uscire con zia Madhuri, il cuore pesante all’idea di come si sarebbe sentito lui non potendola vedere quella sera. Era nervosa, lo sguardo che correva da una parte all’altra, le dita che giocherellavano col cellulare mentre camminava accanto a sua zia lungo le strade del Pearl District. C’era ancora traffico a quell’ora della sera: acquirenti dell’ultima ora che passeggiavano sul marciapiedi, coppie e gruppetti diretti verso uno dei pub e gli inevitabili senzatetto che girovagavano in cerca di cibo, riparo, o della triste soddisfazione di una qualche dipendenza.
“Aspetti una telefonata?”
Anjali sobbalzò e si infilò velocemente il telefono nella borsetta. “No, stavo solo… pensando ad altro.”
“Forse dovresti pensare a quello che ti succede attorno.” Zia Madhuri inarcò le sopracciglia, le labbra contratte in un’espressione di rimprovero.
“Certo, Mausi-ji.” Rossa in viso per la vergogna, Anjali riprese a scrutare le strade e la folla in cerca di qualunque traccia di ombre innaturali. Doveva a Penelope assoluto impegno; doveva impiegare al massimo la sua capacità unica per trovare quell’erebos e fare giustizia per la famiglia Ortiz.
Imboccarono le strade più buie del distretto, inoltrandosi nelle zone meno gentrificate e alla moda, dove meno visitatori amavano avventurarsi. Quello era un terreno di caccia popolare fra i demoni: era abbastanza vicino alle strade affollate e turistiche del basso Pearl District e del centro, ma c’erano anche molti angoli bui ed edifici abbandonati in cui nascondersi. Era molto probabile che anche il demone ombra frequentasse quella zona.
Zia Madhuri si fermò, il corpo teso, lo sguardo fisso sull’altra estremità del vicolo in cui erano appena entrate. “Dietro di me,” mormorò.
“Che succede?” Anche Anjali abbassò la voce a un mormorio soffocato.
“Credo di aver visto un demone rubavita laggiù. Vado a controllare. Stai indietro.”
Anjali annuì e si accostò al muro, il fiato che formava una scia di nuvolette di fronte ai suoi occhi. Appoggiata ai mattoni, continuò a scrutare la zona mentre zia Madhuri si recava in fondo al vicolo e girava l’angolo con fare cauto.
L’aria si mosse accanto a lei, calore e ombre urticanti le sfiorarono la pelle. Prima che potesse gridare per allertare sua zia, una mano le serrò la bocca. L’ombra la avvolse.
“Shh, sono io.” Apparve il volto di Thorne.
Il suo sorriso le provocò un tuffo al cuore. Anjali trasse un respiro profondo… e morse la mano che ancora le copriva la bocca.
“Ahia!” Thorne ritrasse di scatto la mano, le sopracciglia corrugate. “Perché l’hai fatto?”
“Perché tu mi hai quasi fatto venire un infarto! Non devi avvicinarti così, soprattutto quando sono di pattuglia.” Anjali esalò il fiato, quindi si alzò in punta di piedi e gli diede un bacio sulle labbra. “Mi dispiace tanto aver dovuto cancellare il nostro appuntamento di questa sera, ma mia zia mi ha precettata. Come hai fatto a trovarmi?”
Thorne si strinse nelle spalle e un lato della sua bocca guizzò verso l’altro. “Sono bravo.”
Oh, quel mezzo sorriso impertinente non mancava mai di rubarle il cuore.
“Questo è vero.” Sorridendo, Anjali indietreggiò leggermente, assicurandosi di non essere nascosta dalla cappa di ombre di Thorne.
Quando il demone le prese la mano per tirarla di nuovo nell’ombra, lo sguardo colmo di ardore e di voracità, lei scosse la testa.
“Credo sia meglio che io rimanga fuori dalle ombre. Se mia zia dovesse tornare e non mi vedesse, le verrebbe un coccolone.” A quelle parole, Anjali si lanciò un’occhiata alle spalle per controllare se zia Madhuri fosse ancora lontana. Via libera. Si rivolse nuovamente a Thorne. “Magari potrei riuscire ad allontanarmi dopo aver finito la pattuglia.”
“Rimango con te.” Thorne fece una pausa e inclinò la testa come se stesse prendendo in considerazione qualcosa. “Potrei esserti d’aiuto.”
“Ecco, non saprei.” Anjali si morse il labbro e spostò il peso del corpo da un piede all’altro. “Senti, il motivo per cui sono di pattuglia questa sera è che si dice che ci sia un altro demone ombra da queste parti. Ha ucciso una strega e ne ha ferita un’altra.”
Thorne assunse un’immobilità innaturale. Lo sguardo sempre più freddo, la fissò per un istante prima di distogliere lo sguardo. “Mi dispiace per quella strega.” La sua voce era gelida come l’aria notturna.
“Tu sai qualcosa di quell’altro erebos? Hai sentito qualche voce?”
Thorne scosse la testa, gli occhi bassi, le sopracciglia aggrottate. “Io–”
Prima che potesse finire la frase, un colpo di magia al calor bianco impattò col muro di mattoni alle sue spalle, mancandolo di una trentina di centimetri. Frammenti di mattoni caddero sbriciolati a terra, lasciando un’ammaccatura delle dimensioni di un pallone da basket nella facciata.
Thorne balzò di lato mentre Anjali si voltava di scatto. Zia Madhuri era a metà del vicolo, un braccio teso che brillava di magia residua. Perdiana, probabilmente l’aveva vista parlare alle ombre nell’angolo, aveva fatto due più due e si era resa conto che lei stava parlando con un erebos.
“Vieni qui, Anjali. Allontanati da quello schifoso demone.”
“No, aspetta.” Anjali si mise di fronte a Thorne, bloccando la linea di fuoco di zia Madhuri. Sua zia non poteva vedere Thorne, dato che questi era ancora invisibile, ma se avesse lanciato un altro incantesimo nella sua direzione, c’era il rischio che lo colpisse comunque.
“Che stai facendo?” L’espressione di sua zia era un esempio perfetto di confusione e orrore. “Stai proteggendo quel demone’”
“Non è quello che stiamo cercando.” Anjali tese le mani in un gesto di pace. Senza distogliere lo sguardo da zia Madhuri, voltò leggermente la testa e disse da sopra la spalla: “Scappa.”
Non udì i rumori di Thorne che fuggiva. Invece, il calore del demone le sfiorò la schiena mentre questi si avvicinava, la rabbia e l’ansia una pressione palpabile sulla pelle. “Tu te la caverai?” La sua voce era vicina al suo orecchio, mandandole piacevoli brividi lungo la schiena.
“Sì. Vattene!”
“Verrò a cercarti più tardi.”
Thorne batté in ritirata e Anjali si concentrò nuovamente su sua zia, che stava osservando la zona alle spalle e attorno ad Anjali come se potesse costringere la propria vista a penetrare la cappa d’ombra di Thorne.
* * *
Thorne camminò all’indietro, lo sguardo fisso su Anjali e sulla strega che era sua zia – si chiamava Madhuri, se ben ricordava – fino a quando non riuscì a nascondersi dietro l’angolo di un portone. Voleva assicurarsi che Anjali fosse al sicuro, ma non voleva che lei sapesse che era ancora lì. L’ombra vorticò attorno a lui, agitata dalla tempesta delle sue emozioni.
“Hai lasciato andare quel demone,” disse la zia di Anjali, la voce carica di amarezza e di incredulità. “Non ci credo. Proprio tu. Pensavo che volessi vendicare la morte di Penelope!”
“Non l’ha uccisa lui,” obiettò Anjali, “e nemmeno ha ferito Serena. Non è il demone che stiamo cercando.”
“E tu come fai a saperlo?”
Una breve pausa, carica di tensione. “Perché ero con lui le ultime due notti.”
Se fossero bastate delle parole per scatenare una tempesta di fuoco, quelle di Anjali lo avrebbero fatto. L’aria si caricò della potenza della magia della strega matura, producendo un rumore sufficiente a far ronzare le orecchie di Thorne.
“Che significa?” La voce della zia di Anjali era mortalmente bassa.
“Ho trascorso le ultime due notti con lui. A casa sua. Non siamo mai usciti. È impossibile che sia stato lui.”
Il silenzio che seguì era tagliente come un rasoio.
“Vorresti dirmi,” mormorò Madhuri, “che hai… rapporti con un demone? Un demone ombra?”
“Sì.” La voce di Anjali era bassa, ma ferma.
Sua zia tacque per un istante, il potere che crepitava nel freddo della notte. “Da quanto va avanti?”
“Da qualche giorno.” Anjali tacque per un istante, poi aggiunse a bassa voce: “Sono innamorata di lui.”
Le parole di Anjali attraversarono Thorne come una scossa da mille volt. Indietreggiò barcollando contro il portone, sconvolto al punto che la sua cappa di ombre vacillò.
“Sei impazzita, beta?”
“Lui non è malvagio.” Le parole di Anjali erano infuse di disperazione. “Mi ha protetto per anni, mi ha salvato la vita in innumerevoli occasioni. Non mi farebbe mai del male.”
“E la tua famiglia? E le altre streghe? Lui è un demone ombra. Il solo fatto che tu gli piaccia non significa che non userà i suoi poteri contro le altre.”
“No, no, non lo farebbe mai. Sa che ne soffrirei e preferirebbe morire piuttosto che farmi soffrire. Credimi, lo so.”
“Questo lo dici tu. Non hai pensato al futuro? E se doveste lasciarvi? E se questa assurda relazione dovesse finire male e lui ne uscisse ferito e furioso, colpito nell’orgoglio? Come puoi essere sicura che allora non si scatenerebbe e non farebbe del male agli altri solo per fare del male a te?”
Il cuore di Thorne gli martellava nelle orecchie, lo stomaco che precipitava così velocemente da fargli venire la nausea. Come avrebbe risposto Anjali? Di certo avrebbe pensato che sua zia avesse ragione, si sarebbe convinta che Thorne fosse troppo pericoloso per averci a che fare, tra la sua reputazione e la sua natura di demone. Perché mai avrebbe dovuto credere–
“Non lo farebbe mai.” La voce di Anjali lacerò i suoi pensieri malinconici e il gelo della notte, una convinzione incrollabile a rafforzare le sue parole. “Lui non è così. Il suo cuore è buono. So che non farebbe mai del male a una di noi, nemmeno se le cose fra noi non funzionassero. Coi suoi poteri di erebos, sarebbe potuto diventare un assassino, ma sai cosa ha scelto di fare? Raccoglie informazioni su altri demoni e creature soprannaturali, come un investigatore privato.”
“E il fatto che non abbia scelto di guadagnarsi da vivere uccidendo dovrebbe rendermelo simpatico?”
Anjali emise un suono carico di frustrazione. “Mausi-ji, credimi, per favore. Lui è buono. C’è della luce in lui, la sento.”
“È un demone.”
“E forse non tutti i demoni sono malvagi. Ci mai pensato?” La voce bassa di Anjali si diffuse nella notte. “Hai conosciuto Rhun, il marito di Merle MacKenna. Lui non è malvagio.”
“Fino a prova contraria,” ribatté la zia di Anjali.
“No, non c’è nulla da provare. Ha aiutato a salvare Maeve e Merle garantisce per lui.”
“Il che non fa altro che dimostrare quanto l’amore possa accecare. Non farti accecare dai tuoi sentimenti per quel demone.” Vi fu una pausa; poi: “Dobbiamo riprendere la pattuglia, ma bada bene: questa conversazione non è finita. Speriamo che almeno il prossimo demone ombra che vedrai non susciti le tue simpatie.”
Le parole violente della strega più matura riecheggiarono nell’oscurità mentre Anjali seguiva la zia lungo il vicolo, inoltrandosi in quella zona del Pearl District controllata dei demoni. Thorne si lasciò cadere per un attimo contro il portone, la pelle che vibrava per una tensione che lui non era in grado di sfogare. La sua mente era sconvolta da ciò che aveva sentito.
Sono innamorata di lui. La novità di quell’idea gli scombussolava i pensieri, faceva vorticare le sue emozioni in un turbine nel quale lui avrebbe potuto affogare. Lui e la sua strega avevano condiviso molte intimità nelle ultime due notti, fisiche ed emotive; avevano mormorato parole di apprezzamento di fiducia; ma nessuno dei due aveva detto ad alta voce cosa era nato fra loro.
Che la sua Anjali potesse davvero, sinceramente amarlo… era sconvolgente quanto inebriante.
E lui le avrebbe rivelato i suoi sentimenti più tardi, quando l’avrebbe rivista; l’avrebbe coperta di quelle affermazioni verbali che non era ancora riuscito a formulare. Anjali non avrebbe mai dovuto dubitare che anche lui si fosse innamorato di lei al punto che ciò eclissava qualunque affetto avesse creduto di aver provato in precedenza per la giovane.
Mentre tornava al suo appartamento, ripensò alla vigorosa fiducia di Anjali nella sua bontà, al modo in cui lo aveva difeso di fronte alla zia, e – per la prima volta in vita sua – ebbe la sensazione che forse lei aveva ragione. Forse c’era del bene in lui ed esso bastava a far sì che Thorne meritasse di essere amato.
Aveva appena chiuso la porta del suo appartamento quando i capelli sulla sua nuca si rizzarono. Una sensazione di disagio gli formicolò sulla pelle.
In un batter d’occhi, avvolse le ombre attorno a sé e si spostò di lato, allontanandosi dal punto in cui si era trovato fino a un istante prima, nel caso l’intruso lo avesse visto e avesse cercato di aggredirlo. In quel modo, non sapendo dove lui si trovasse, il colpo sarebbe andato a vuoto.
Una risata ruvida colmò l’aria; il suono era al tempo stesso familiare e nauseabondo. “Ragazzo, la tua cappa non serve a un cazzo con me.”
No. Un miscuglio paralizzante di paura, nausea, rabbia cieca e ricordi orribili immobilizzò Thorne sul posto. Tutto il suo corpo si coprì di sudore freddo. Non può essere di nuovo lui. Ti prego, fa’ che non sia di nuovo lui.
Una sagoma si mosse nell’oscurità, si pose sotto il raggio di luna che penetrava dalle finestre, e il cuore di Thorne si fermò, afferrato da una presa gelida. Il volto di suo nonno era più rugoso, i suoi capelli neri si erano diradati ed erano più striati d’argento rispetto a prima, ma i suoi occhi grigio ardesia avevano ancora quel bagliore crudele che Thorne ricordava. L’ultima volta che l’aveva visto, suo nonno torreggiava su di lui mentre Thorne giaceva sul pavimento, appallottolato per proteggere il ventre dei calci del demone più anziano.
“Guarda guarda, sei proprio cresciuto, eh?” Quella voce gutturale, gracchiante, gli dava il voltastomaco. “Vedo che ti sei persino trovato una ragazza. Una strega, addirittura.”
I polmoni di Thorne si svuotarono completamente. La stanza si rimpicciolì attorno a lui. No, non poteva voler dire…
“Ben fatto, ragazzo mio, ben fatto. Non so come tu sia riuscito a far innamorare di te una chāyā darśinī, ma è lo stratagemma migliore che io abbia visto da tempo. Non avevo idea che ne fossi capace.” Suo nonno si avvicinò con fare rapace, le labbra stiracchiate in un ghigno.
“Non–” La voce di Thorne si ruppe, per cui lui ritentò. Non mostrare segni di debolezza. “Non so cosa cazzo tu stia dicendo.”
“Ah, non cercare di prendermi in giro. Lo sai che non funziona.” Il sorriso di suo nonno conteneva abbastanza vetriolo da avvelenare tutto l’acquedotto cittadino. “Ho ascoltato quella conversazione così carina che la tua strega ha avuto con sua… sua zia, giusto? Ah, sì, la sorella della chāyā darśinī che abbiamo ucciso. Dimmi, la tua Anjali lo sa?”
“Non osare pronunciare il suo nome.” La furia si insinuò nella vista di Thorne, dipingendo la stanza di nero.
“Mmm. Credo che la risposta sia no, altrimenti non andrebbe in giro a dire che tu sei il suo cavaliere dall’armatura scintillante.”
Thorne stava tremando. Bloccò le ginocchia e chiuse le mani a pugno per evitare che suo nonno se ne accorgesse.
“Devo dire che sono colpito dal modo in cui ti sei insinuato nel cuore di quella strega. È un’ottima idea per cogliere impreparata una chāyā darśinī. La spingi a darti fiducia, a innamorarsi di te. Adesso, però è ora di darci un taglio. Te la sei scopata, ti sei divertito. Ora fatti un favore da solo e ammazza quella troia.”
Ruggendo, Thorne si scagliò contro l’altro demone. La rabbia trasformò il suo sangue in follia liquida, cancellando la ragione e il buonsenso. Travolse suo nonno, conficcandogli una spalla nello stomaco. L’impatto lo spinse contro il muro e Thorne approfittò dell’istante in cui suo nonno riprese fiato per sferrargli un pugno al plesso solare, seguito da un gancio al viso.
Ma il vecchio bastardo era un duro e schivò il colpo chinandosi, per poi contrattaccare con una serie di pugni al ventre di Thorne. Serrando la mascella, Thorne contrasse i muscoli per bloccare i colpi. Afferrò il colletto della camicia di suo nonno e lo sollevò da terra, cercando di fargli perdere l’equilibrio. E avrebbe funzionato benissimo, se Thorne avesse eseguito correttamente la mossa. Il ghigno di suo nonno – arrogante, spavaldo, strafottente – fece vacillare la sua mente e gli fece perdere il controllo.
Ricordi degli abusi che aveva subito per mano – e per piede e per cintura – del demone più anziano lo travolsero. Lampi dei momenti più oscuri della sua vita lo costrinsero a indietreggiare, a inciampare contro il divano.
Nascosto sotto il letto, Thorne lanciò un grido quando la mano di suo nonno si infilò di scatto nel suo nascondiglio, lo afferrò per i capelli e lo tirò fuori.
“Adesso ti insegno a stare zitto quando ti dico di stare zitto.”
Il viso contratto dalla rabbia di suo nonno apparve nel campo visivo di Thorne mentre se lo faceva pendolare di fronte, continuando a tenerlo per i capelli. Il dolore correva dallo scalpo di Thorne a tutto il suo corpo. Agitò le braccia, graffiando la mano che lo teneva per i capelli.
Con un ruggito, suo nonno lo scagliò dall’altra parte della stanza. Thorne andò a sbattere contro il muro con uno scricchiolio. Mentre l’oscurità lo circondava col suo pietoso oblio, la voce di suo nonno si insinuò nella sua mente.
“Schifoso mezzosangue buono a nulla…”
Il panico ghiacciò il sangue di Thorne, l’ansia che lo afferrava con la forza e la crudeltà della mano di suo nonno in quel lampo di memoria.
“Proprio così.” Il ringhio proveniva da pochi centimetri di fronte a lui. “Non sei cambiato. Niente è cambiato.”
Thorne esitò, la visuale colma di puntini di luce e d’ombra. Col respiro rapido e affannoso, cercò a tentoni qualcosa alle sue spalle a cui aggrapparsi. La sua mano trovò lo schienale del divano.
Dita si chiusero attorno alla sua gola. Thorne annaspò, quindi la presa d’acciaio lo strozzò.
“Sei debole,” sputò suo nonno. Senza preavviso, sollevò Thorne e lo schiantò contro il pavimento. Poi gli saltò addosso e gli bloccò entrambe le braccia con le ginocchia. Chinandosi fino a quando il suo fiato disgustoso non sfiorò il viso di Thorne – facendogli venire il voltastomaco – il demone più anziano arricciò le labbra in un sorrisetto malefico.
“Sei sempre stato debole. Non riuscirai mai a sfidarmi, per cui non provarci nemmeno, ragazzo mio. Credi che la tua storiella con la strega funzionerà? Credi che avrete un lieto fine con tanto di arcobaleni del cazzo e unicorni? Ripensaci. Lei scoprirà tutto. Scoprirà che hai ucciso la sua cara mammina e ti odierà. E cosa succederà poi? Lei ti ucciderà, ecco cosa succederà. Vuoi sopravvivere? Farai meglio a lasciare quella troia e darti alla fuga.”
Thorne lottò, premendo contro la forza che lo teneva inchiodato a terra, contro l’oscurità che lo stava avvolgendo.
“Sei veleno dal momento in cui sei nato, uccidendo la mia Nissa. Lei non avrebbe mai dovuto lasciarsi gabbare da quello stronzo di un umano e non avrebbe mai dovuto partorirti. Non hai mai fatto altro che rovinare tutto quello che ti circonda. E ora ti sei messo con una strega. Che delusione del cazzo.” Suo nonno sputò sul pavimento accanto a lui; una nebbiolina disgustosa spruzzò il viso di Thorne.
“Se mi odi così tanto,” ansimò Thorne, “perché non mi hai ucciso quando ero piccolo?” Era una domanda che lo tormentava sin da quando era bambino, soprattutto in quei momenti bui, quando la morte pareva una scelta preferibile alla ferita aperta e putrida che era la sua famiglia.
Un ringhio uscì dalla gola di suo nonno. “Cazzo, se avrei dovuto. Ma Nissa mi ha chiesto di non farlo. Mi ha costretto a prometterlo. Per chissà quale assurdo motivo, ti voleva bene. E io non avevo intenzione di violare il suo ultimo desiderio, anche se tu meritavi di essere soppresso, se non altro perché sei uno stupido mezzosangue.” Il demone si chinò, accentuando la pressione sulla gola di Thorne fino a quando l’oscurità non cominciò a pulsare nel suo campo visivo. “Potrei ucciderti adesso.” Era un sussurro così carico di crudeltà da inzuppare la stanza.
La pressione si allentò. L’aria tornò a riempire i polmoni di Thorne con una velocità dolorosa. Lui ansimò, dimenandosi, libero di portarsi le mani alla gola, di massaggiare la carne martoriata. La luce tornò a filtrare nella sua vista, consentendogli di mettere a fuoco il viso ghignante di suo nonno che incombeva su di lui come uno spettro mortale.
“Ma non lo farò.” Il demone più anziano inclinò la testa. “Ti darò un’ultima possibilità, ragazzo. Un’ultima possibilità – anche se non te la meriti – di dimostrare il tuo valore e redimerti agli occhi della tua razza e della tua famiglia. Di guadagnarti un posto accanto a noi. E bada bene: lo faccio per la mia Nissa, per onorare il suo ultimo desiderio. Ma sappi una cosa…” Il nonno di Thorne agitò un dito al suo indirizzo. “Se manderai tutto a puttane, io non avrò pietà. Ti farò a pezzi.”
Thorne si mise seduto, una mano sulla gola martoriata e l’altra dietro la schiena per sorreggersi.
“Ecco come stanno le cose,” proseguì suo nonno. “Se mi metterai i bastoni fra le ruote, io mi dimenticherò di aver fatto una promessa a mia figlia e ti estirperò come l’erbaccia inutile che hai sempre dimostrato di essere. Ma se ti farai da parte e mi permetterei di uccidere quella strega…” Negli occhi di suo nonno brillò una luce malefica. “Io ti accoglierò di nuovo nella nostra famiglia… per davvero. Avrai il rispetto che si merita un vero membro di questa famiglia e della tua comunità demoniaca. Ti guadagnerai una posizione. Non sarai mai più solo.” Dopo una pausa, suo nonno aggiunse con voce grave: “Renderai orgogliosa tua madre.”
Il nonno di Thorne si sporse leggermente e gli tese la mano. “Allora? La smetterai di proteggere quella strega e mi permetterei di ucciderla?”
Per qualche istante, Thorne fissò la mano tesa; la gravità del momento gli faceva ronzare la testa. Quante volte lo aveva sognato da piccolo? Essere accettato, rispettato, avere la possibilità di cancellare la lavagna e ricominciare daccapo.
Si schiarì la voce. “Meglio ancora,” disse, la voce roca e sofferente per l’aggressione. “La ucciderò per te.”
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