C’è una famosa citazione di Sartre che fa: “L’Inferno sono gli altri.”
Avendo vissuto all’Inferno per quasi un anno, anche se non come anima dannata, ormai posso dire con certezza che Sartre aveva ragione.
E non nel senso frainteso in cui le sue parole vengono solitamente interpretate. Vale a dire, attraverso una sorta di lente di misantropia, che vede le altre persone come intrinsecamente cattive e quindi da evitare.
Anche se, a dire il vero, in quanto introversa socialmente inetta, probabilmente potrei essere d’accordo con questa idea.
Comunque. Per “Inferno,” Sartre si riferiva all’essere definiti dal giudizio degli altri e al fatto che la nostra percezione di come gli altri ci vedono ci intrappola in un modo che è già di per sé una tortura. E aveva ragione da vendere.
Mentre mi trovavo nell’atrio di Azazel, pronta a fare la brava padrona di casa al fianco del mio demoniaco marito, quel giudizio altrui già mi schiacciava prima ancora che arrivassero i nostri onorati ospiti. Trassi un respiro profondo, che non servì ad alleviare il peso sul petto. Le mie dita giocherellavano con la gonna dell’elegante abito da sera che indossavo, uno splendido indumento blu zaffiro punteggiato di gioielli che scintillavano alla luce dei lampadari e delle torce.
Nella mia vita precedente sulla Terra – non ero davvero morta, ma mi piaceva pensare che la mia vita fosse divisa in un prima e in un dopo, dove la soluzione di continuità era quella fatidica notte in cui Azazel era venuto a onorare il nostro accordo e mi aveva portata laggiù all’Inferno – non avevo mai indossato nulla di così finemente confezionato e squisito, e che forse valeva più di quanto avessi guadagnato in un anno nel mio ultimo lavoro sulla Terra.
Eppure, da quando ero venuta a vivere lì, avevo indossato abiti come quello innumerevoli volte e mai lo stesso due volte. Tutti doni di Azazel, ovviamente; non solo un gesto d’amore da parte del mio devoto marito, ma anche un modo per non farmi sfigurare durante i ritrovi che lui teneva come demone di alto rango. Che erano tantissimi. Accidenti! A quei demoni piaceva incontrarsi molto più spesso di quanto chiunque avesse il diritto di organizzare feste. E naturalmente, si presentavano tutti con il loro abbigliamento migliore.
Gli abiti che indossavo erano una sorta di armatura; quello lo capivo.
Purtroppo, l’accondiscendenza che mi veniva rivolta riusciva comunque a penetrarla.
Azazel, vestito con una tunica nera le cui decorazioni stilizzate ricordavano un’attrezzatura da combattimento, si girò in maniera discreta verso di me, gli occhi di fulmine che non si lasciavano sfuggire nulla. “Sei assolutamente meravigliosa,” mormorò.
Gli rivolsi un piccolo sorriso, grata per il suo tentativo di tranquillizzarmi, pur sapendo che non sarebbe servito a dissolvere la mia ansia. La mia mente aveva già ripercorso tutto ciò che mi aspettava nelle ore a venire.
Con un’espressione sempre più solenne, Azazel si voltò del tutto verso di me, circondandomi il viso con entrambe le mani. La luce delle torce scintillava sui suoi capelli color zibellino mentre si chinava leggermente per portarsi all’altezza dei miei occhi. Come sempre, la sua bellezza eterea mi colpì nel profondo: i suoi lineamenti erano così perfettamente scolpiti che guardarlo mi faceva trattenere il respiro e ammutoliva i miei pensieri dallo stupore.
“Zoe,” disse Azazel, accarezzandomi le guance con i pollici. “Prima che Inachiel e il suo seguito arrivino, c’è una cosa che devi sapere.”
Un filo di preoccupazione mi si arrotolò nello stomaco. Oddio. Cosa c’era adesso?
“A Inachiel,” mormorò, in tono mortalmente serio, “piace dormire in mezzo a un mucchio di animali di peluche.”
Soffocai la mia stessa risata. “Cosa?”
Azazel si voltò di nuovo verso le enormi porte di fronte a noi, con un sorrisetto sulla bocca. “Ora lo sai.”
“Giusto,” dissi tra le risatine a stento trattenute. “Ma come fai tu asaperlo?”
“Ho le mie fonti.”
Strinsi gli occhi. “Sei stato nella sua camera da letto?”
Dato che Azazel aveva ben duemilacinquecento anni, mi trovavo a dover fare i conti con un vero e proprio esercito di ex, alcuni dei quali avevo conosciuto negli ultimi due mesi. E sì, sapevo che erano venuti tutti prima di me, che il passato era passato, che era acqua passata, che non c’era motivo di essere gelosa, bla bla bla.
Mi piaceva sapere in anticipo se dovevo incontrarne uno, perché faceva particolarmente cagare incontrare un ex del tuo uomo – demone, quello che era – quando lui sapeva e tu no, e poi lui te lo faceva sapere.
“No,” disse Azazel in risposta alla mia domanda. “Non è mai stato il mio tipo.”
“Allora come fai a sapere dei peluche?”
Un luccichio negli occhi di Azazel. “Mephistofele.”
Agitai le braccia. “E come fa lui a saperlo?”
“I gatti infernali sono piuttosto intraprendenti.” Azazel mi fece l’occhiolino. “Il che li rende ottime spie.”
Spalancai gli occhi. “Mi stai dicendo che in qualunque momento potremmo essere spiati da subdoli felini nascosti nell’ombra?” Passai lo sguardo sugli angoli bui e sul soffitto tetro dell’ingresso, come se proprio in quel momento potessi scorgere un paio di occhi di gatto luminosi.
“Ecco perché,” spiegò Azazel, “ho diversi gatti infernali. Più ce ne sono, minore è il rischio che il gatto di qualcun altro si intrufoli. Sono piuttosto territoriali.”
Contrassi le labbra e nella mia mente nacque un nuovo apprezzamento per la presenza di Mephisto. Mi appuntai mentalmente di dargli un po’ di affetto in più la prossima volta che l’avrei visto. Nel corso dell’ultimo anno, il burbero gatto infernale mi aveva gradualmente permesso di accarezzarlo ogni tanto e, lasciatemelo dire, fare i grattini a un felino alato delle dimensioni di una grossa lince dietro le orecchie da pipistrello è un’esperienza davvero interessante.
Quando lui faceva le fusa, il pavimento vibrava.
Una tromba risuonò all’esterno e, con un sussulto, mi voltai verso le gigantesche porte a due battenti proprio mentre si aprivano con uno gemito profondo.
Trassi un respiro per farmi forza, scoprendo che non avevo più i nervi tesi come prima.
Dando un colpetto con la spalla al braccio di Azazel, gli inviai un messaggio lungo il canale mentale che spesso usavamo per comunicare silenziosamente. Grazie.
Con la sua intuizione magistrale sulle abitudini notturne di Inachiel, lui aveva smontato in modo efficace parte della mia ansia. Conoscere un segreto senza dubbio imbarazzante su uno degli ospiti di alto profilo che molto probabilmente mi avrebbero guardata dall’alto in basso – di nuovo – avrebbe reso più facile tenere alto il mento di fronte ai loro atteggiamenti condiscendenti.
Ricorda, rispose Azazel in modo sereno, proprio quando i nostri ospiti cominciarono a entrare dalle porte aperte. Peluche.
Mi morsi il labbro per non sghignazzare.
Non che io biasimi chi si concede consolazioni innocue come le coccole con i peluche. Diavolo, la mia abitudine confortante preferita era quella di rivedere i film della Disney e cantare, stonando paurosamente, le canzoni. Ma, dato il modo altezzoso e borioso in cui molti di quei demoni trattavano coloro che consideravano inferiori a loro – compresa la sottoscritta – mi tornava utile far abbassare loro la cresta, anche se solo nella mia mente, quando sapevo che nascondevano cose che li avrebbero resi lo zimbello dei loro pari.
Nessuno era perfetto, tantomeno quegli idioti spocchiosi.
“Inachiel,” disse Azazel, facendo un passo avanti per salutare il demone in testa al gruppo. “Ti do il benvenuto nella mia casa.”
Inachiel condivideva il fascino di tutti i suoi simili: il volto era una visione di bellezza maschile che attirava lo sguardo con i suoi zigomi affilati, la mascella forte e occhi penetranti color verde smeraldo. Lunghi capelli di un castano caldo che molte donne avrebbero invidiato completavano il look. Vestito con un abito ricamato in modo decadente che ricordava gli abiti degli Jedi – se questi ultimi si fossero mai concessi colori diversi dalle tonalità tenui della terra – si muoveva con la grazia fluida di un grande felino, tutto potere imbrigliato e sicurezza incontrastata.
Onestamente, era un’ingiustizia. Tutti i demoni che avevo conosciuto sembravano usciti da una rivista che faceva la classifica dei modelli più belli di tutti i tempi, solo di un ordine di grandezza superiore. Continuavo a cercare difetti fisici ogni volta che ne incontravo uno, ma non ne avevo ancora trovati. Erano di una bellezza impossibile, ultraterrena, tutti quanti.
Il che, di per sé, bastava a mettermi a disagio.
Proprio il giorno prima avevo scoperto un brufolo sul mio viso. Un brufolo! Avevo quasi ventisei anni ed ero brufolosa come una dannata ragazzina.
La qual cosa era particolarmente difficile da sopportare quando si era circondati da demoni dalla bellezza impeccabile che sembravano ritoccati con Photoshop.
Azazel e Inachiel stavano finendo i convenevoli, il che significava che ora toccava a me.
Si potrebbe pensare che un anno trascorso a interpretare il ruolo di una signora dell’alta società, che accoglieva ogni sorta di ospiti altolocati e severamente impostati, mi avesse fornito la pratica necessaria per superare questa schifezza.
Ahimè.
Qui entra in gioco la mia incompetenza sociale.
Mentre Inachiel si voltava da Azazel verso di me, ripetei più volte nella mia testa la frase che mi ero preparata. Benvenuto, è un piacere conoscerti. Benvenuto, è un piacere conoscerti. Benvenuto, è un piacere…
“E tu devi essere Zoe,” disse Inachiel, inclinando la testa.
“Benvenuto è conoscere il piacere.”
Oh, no.
***
Spero che il primo capitolo ti sia piaciuto! Puoi trovare tutti i link per preordinare il libro qui: Finché il Cielo non ci separi

