• Con gli occhi di Azazel — L’incontro con Zaquiel

    Zoe si sbatté la porta del mio bagno alle spalle in quella che sospettavo volesse essere un’uscita di scena indignata dopo il mio ultimatum: “Indossa questo vestito da sola entro un minuto, o te lo faccio indossare io.”

    Il problema era che la sua eccitazione aromatizzava leggermente l’aria e io avevo colto un suo pensiero vagabondo prima che lei se ne andasse in fretta e furia, la qual cosa mi lasciò a fissare la porta con la sua idea del sottoscritto che le faceva indossare a forza il vestito. E un durello persistente nei pantaloni.

    Zoe aveva un’immaginazione davvero vivace.

    Mi diedi una sistemata e mi appoggiai alla portafinestra che dava sul balcone, incrociando le braccia mentre aspettavo che lei uscisse. Non era necessario che si nascondesse nel bagno per cambiarsi: l’asciugamano non nascondeva nulla che io non avessi già visto. Non che lei lo sapesse. Non le avevo ancora raccontato di quelle volte in cui era andato a controllarla negli ultimi anni e mi presi l’appunto mentale di accennare alla cosa, prima o poi, al solo scopo di darle fastidio.

    Guardarla snudare i denti in preda alla rabbia era sorprendentemente divertente.

    Mi accigliai. Era un divertimento più grande di quello che provavo da…

    Stavo ancora passando in rassegna i miei ricordi, alla ricerca dell’ultima volta in cui qualcosa era stato più divertente del punzecchiare quella vivace umana, quando la porta del bagno si aprì e la suddetta umana uscì a testa alta come se fosse a casa sua.

    Avrei stroncato sul nascere quell’atteggiamento, se il mio cervello non si fosse concentrato all’istante sul suo ancheggiare e sul modo in cui il vestito si modellava alle curve del suo corpo, come se ci fosse dipinto sopra. Per diversi istanti, mentre lei si incamminava verso di me, qualunque pensiero non fosse toglierle a forza il vestito che avevo appena minacciato di farle indossare a forza mi sfuggì dalla mente.

    Mi ci volle un prezioso istante per ricordare perché dovevamo lasciare quella stanza – con un comodo letto proprio lì – e quando parlai, la mia voce suonava roca persino alle mie stesse orecchie. “Andiamo.”

    Per quanto Zoe fosse piacevolmente distraente, non potevo permettermi che ostacolasse i miei affari con Zaquiel. Lo avevo già fatto aspettare troppo. Dovevamo sbrigarci se volevo evitare di offenderlo sul serio.

    “Aspetta,” disse Zoe da dietro le mie spalle. “Aspetta.”

    Al culmine della pazienza, girai sui tacchi e sbraitai: “Che c’è?”

    “Dovrò… servire Zaquiel?”

    Che scelta di parole delicata. Nonostante la spavalderia e la sicurezza di sé che dimostrava nei miei confronti, l’umana conservava ancora una certa pudicizia. Interessante.

    Innervosita, aggiunse: “Dovrò– insomma– con lui?”

    Inclinando la testa, la osservai per un momento, guardandola mentre si contorceva di fronte a me.

    Pensava davvero che lo avrei fatto? Pensava che le avrei ordinato di mettersi a disposizione di Zaquiel.

    A essere onesti, Zoe non aveva stabilito esplicitamente i limiti del nostro accordo quando avevamo negoziato, uno sciocco errore da parte sua. Se fossi stato da meno, me ne sarei approfittato.

    Lei non aveva idea di quanto fosse fortunata.

    La osservai, prendendomi del tempo prima di rispondere alla sua domanda nervosa. Non era necessario che captassi un suo pensiero errante per sapere come vedeva la possibilità che io la passassi al mio ospite come una sorta di boccone speciale. Mortalmente pallida in viso, continuava a torcersi le mani, spostando il peso del corpo da un piede all’altro, e il cuore le tuonava nel petto così forte che io lo sentivo persino da quella distanza. Una nota acre si sovrapponeva al suo odore di solito gustoso.

    In circostanze normali, la mia natura demoniaca reagiva alla paura altrui come faceva la maggior parte dei predatori: con interesse e con l’istinto a inseguire. Lì, con lei… l’unico effetto era un fastidio simile a quello che potevano provocare dei vestiti troppo stretti.

    E tuttavia, considerati i guai che mi aveva fatto passare, la situazione insostenibile in cui mi aveva messo e, in generale, la disgrazia da lei rappresentata, avrei dovuto renderle pan per focaccia. E lei mi aveva dato lo strumento perfetto per farlo. Volevo metterla a disagio, giusto? Lasciarle credere che avrei potuto passarla al mio ospite sarebbe stato utilissimo.

    Una sensazione di disagio si dipanò in me al pensiero, ma la ignorai.

    Avrei potuto lasciarla cuocere nel suo brodo di ansia per un po’, senza rivelarle che non avevo alcuna intenzione di farla giocare con qualcuno che non fossi io.

    Avrei davvero dovuto farglielo pensare.

    Invece, quello che mi uscì di bocca quando io la aprii mentre fuori lampeggiavano i fulmini fu: “Io non condivido ciò che mi appartiene.”

    E prima che potessi chiedermi da dove cazzo fossero uscite quelle parole, sollevai Zoe da terra e uscii a passo rapido.

    Lei esalò bruscamente il fiato e mi passò un braccio attorno al collo, mentre il suo profumo si addolciva di nuovo. Può darsi che io abbia tratto un respiro particolarmente profondo per riempirmi il naso.

    “Di che tipo di festa stiamo parlando?” chiese l’umana un momento dopo.

    “Devo discutere di affari con Zaquiel. L’ho invitato qui per rinegoziare un accordo.”

    Zoe parve rifletterci su mentre io la trasportavo fino alla stanza dell’incontro.

    Mentre la posavo a terra di fronte al portone, stabilii un contatto mentale con lei.

    Cammina dietro di me, dissi nella sua mente. Tieni lo sguardo basso di fronte a Zaquiel e inchinati profondamente quando lo saluterai. Non parlare a meno di essere interpellata. Non blaterare. Niente risposte sarcastiche o ribelli. Le lanciai un’occhiata di sbieco. Anzi, forse sarebbe meglio se tu non parlassi proprio.

    Per quanto… sorprendentemente divertenti trovassi i suoi affondi verbali, sapevo per certo che Zaquiel non apprezzava che chi gli era inferiore di rango gli rispondesse. L’ultima cosa di cui avevo bisogno era che Zoe lo offendesse parlando quando non era interrogata.

    Ma allora come farò a cantare al cielo le lodi del mio padrone Azazel? comunicò in risposta Zoe, la voce mentale che grondava una dolcezza tale da indurre la carie.

    Faticai a trattenere un sorriso. Lucifero, la corressi. Noi cantiamo le lodi di Lucifero, non del cielo.

    Ne prendo atto, disse lei, lo sguardo rivolto verso il portone. Mi impegnerò a cambiare la mia consueta esclamazione sessuale in Oddiavolo!

    Soffocai una risata, colto alla sprovvista dall’improvvisa esplosione di divertimento. Che boccaccia che aveva… I miei pensieri si spostarono sulle cose che avrei voluto fare a quella bocca e, con fin troppe idee colorite al centro della mia mente, risposi sensualmente: Ti prometto che l’unico nome che gemerai sarà il mio.

    Spalancato il portone, entrai a grandi passi, aspettandomi che lei mi seguisse. Incredibilmente, Zoe lo fece senza lanciare frecciatine.

    La vita riservava sempre nuove sorprese.

    L’atmosfera carica di sessualità della stanza si avviluppò attorno a noi mentre raggiungevamo il punto in cui era seduto Zaquiel e l’imbarazzo sconvolto di Zoe pulsò contro la mia schiena come un’ondata di calore.

    Quando hai parlato di un incontro d’affari, disse nella mia mente, la voce che vacillava, avevo pensato a una sala riunioni o magari a un’area business, o una cena.

    Cedetti al delizioso impulso di punzecchiarla. È troppo per le tue pruriginose sensibilità umane?

    Un suo pensiero lampeggiò vivido e netto: lei che mi conficcava un coltello fra le scapole. Interessante. Non era la prima volta che pensava di accoltellarmi e mentirei se dicessi che non trovavo la cosa interessante. Presi in considerazione l’idea di donarle una lama solo per vedere se lo avrebbe fatto davvero.

    Sarebbe stato carino avere un preavviso, comunicò contrariata Zoe, ignara delle mie riflessioni sulle sue tendenze accoltellatrici. Qualcosa tipo “Ehi, a proposito, volevo dirti che ci sarà anche un’orgia.”

    Un sorriso sornione mi fece contrarre le labbra mentre le lanciavo un’occhiata da sopra la spalla. Oh, tesoro. Tu credi che questa sia un’orgia? Dolce, dolcissima innocenza.

    E fu così che Zoe tornò a pensare di sbudellarmi. Il divertimento non finiva mai.

    Mi fermai di fronte al divanetto di Zaquiel e mi inchinai. “Lord Zaquiel. Vi ringrazio per la vostra pazienza.”

    Con mio sollievo, l’espressione del Caduto non mostrava alcun fastidio per il mio ritardo. Mi sedetti sulla chaise longue di fronte a lui e guardai Zoe inchinarsi profondamente.

    “Adorabile,” osservò Zaquiel. “Le sue virtù risaltano parecchio quando non è coperta dai fluidi degli inferni. Capisco perché hai accettato di tenerla con te.”

    Atteggiai i miei lineamenti a un’apparenza di apprezzamento, quando in verità il motivo per cui Zoe era seduta lì era come piombo nelle mie viscere. Se la verità fosse mai trapelata, la reputazione che tanto avevo faticato a ottenere, il rispetto che mi ero guadagnato con le lame, sangue e stridor di denti nel corso di migliaia di anni, sarebbe finito in mille pezzi.

    Non potevo permettere che ciò accadesse.

    Con quel promemoria della necessità della nostra piccola sciarada fisso nella mente, evocai un cuscino che cadde sul pavimento in mezzo alle mie gambe e dissi mentalmente a Zoe di sedersi.

    “Sarà un diversivo interessante,” dissi ad alta voce, in risposta al commento di Zaquiel.

    Ironia della sorte, quella non era una menzogna. Per quanto, inizialmente, non avessi voluto avere nulla a che fare con lei, per quanto fossi stato pronto a chiuderla in quella suite e a non rivederla mai più – per meglio dimenticare lo stupido errore da lei rappresentato – nel corso delle nostre interazioni da quando l’avevo portata laggiù ero arrivato a sperimentare uno strano – e non del tutto sgradevole – senso di pregustazione dei nostri incontri. Se non altro, l’imprevedibilità delle sue reazioni era molto divertente, così come il suo senso dell’umorismo.

    Avevo intravisto entrambe le cose in passato, quando ero andato a controllarla, ma essere personalmente oggetto della sua arguzia e della sua abilità nel rispondere generava un interesse inaspettato.

    Zoe prese posto sul cuscino, il corpo sottile incorniciato dalle mie gambe, e averla in quella posizione fece sì che qualcosa di oscuro e perverso dentro di me si raggomitolasse soddisfatto. Il fatto che sapessi che lei avrebbe preferito strapparmi gli occhi piuttosto che stare seduta in quel modo al di fuori della nostra finzione faceva sì che io mi godessi ancora di più quella scenetta.

    “Spero che siate stato piacevolmente intrattenuto durante l’attesa,” dissi a Zaquiel mentre posavo la mano sulla testa di Zoe. Mi chiesi quanto sforzo le richiedesse non cercare di strapparmi le dita a morsi.

    Zaquiel rivolse un brindisi a Orias, che proprio in quel momento stava passando accanto al nostro salottino. Il demone rispose con un ammiccamento e un sorriso molto soddisfatto. Sogghignai. Orias mi aveva tormentato per due giorni per farsi invitare a quell’incontro, dopo aver saputo che ci sarebbe stato anche Zaquiel. A quanto pareva, aveva ottenuto quello che voleva.

    “Come sempre,” rispose Zaquiel, “l’ospitalità della tua casa è impeccabile.”

    Hai ordinato ai tuoi di fare sesso con l’ospite?

    Il fastidio divampò in me alla domanda bisbigliata mentalmente da Zoe. Le tirai bruscamente i capelli. Non insultarmi.

    Stringendo i denti, mi trattenni prima di aggiungere altro. Non avrei dovuto stupirmi o essere contrariato dal fatto che lei mi ritenesse capace di costringere altri a fornire favori sessuali. Dopotutto, avevo appena preso in considerazione l’idea di lasciarle credere che avrei fatto la stessa cosa con lei. E con il poco che mi conosceva, considerato il lato non molto lusinghiero di me che le avevo mostrato fino a quel momento, c’era da stupirsi che lei avesse dato per scontato il peggio?

    La sensazione inquietante di qualche momento prima, quella che mi aveva spinto a dirle che non l’avrei condivisa, fece ritorno.

    Ora la esaminai, rendendomi conto con non poco stupore che… mi importava del modo in cui lei mi vedeva in quelle circostanze. Non volevo che pensasse che io fossi quel genere di demone.

    Mentre cercavo di venire a patti con quella consapevolezza vagamente sconvolgente, mi misi a dare spiegazioni quando non avrei voluto davvero farlo.

    Se i demoni al mio servizio scelgono di fare qualcosa con Zaquiel, le dissi, sentendomi come se stessi masticando qualcosa di amaro, lo fanno di loro spontanea volontà. Guardalo.

    Zoe sussultò leggermente sotto la mia mano.

    Sono molti i demoni che si prostrerebbero per guadagnare il suo favore, proseguii. Ogni volta che viene a trovarmi, diversi dei miei fanno la fila per trascorrere del tempo con lui.

    D’accordo, ho capito. L’energia di Zoe si tranquillizzò in maniera palpabile. È un pasticcino demoniaco.

    Più che altro una pietanza, ma ci siamo.

    Speravo, con mio sincero sconvolgimento, che ci fossimo davvero.

    Mentre Zaquiel e io davamo inizio alle piacevolezze e alle chiacchiere di rito che precedevano la discussione d’affari vera e propria, cominciai ad accarezzare i capelli di Zoe, godendomi la sensazione della seta sotto le dita mentre la coccolavo con la stessa attenzione noncurante che una persona dedicherebbe a un gatto.

    Il suo lento scivolare nel rilassamento fu qualcosa di tangibile, mescolato a una splendida nota di eccitazione. Continuava a cambiare posizione sul cuscino, lasciandosi al tempo stesso andare al mio tocco. A disagio, eppure implorando inconsciamente qualcosa di più. Mi permisi un sorrisetto compiaciuto. Non avevo nemmeno cominciato a incoraggiarla ed eccola lì, che già si contorceva ai miei piedi.

    Quando l’odore della sua eccitazione inzuppò l’aria e la sua energia prese a pulsare di voglia feroce, io le tirai la testa di lato con le dita avvolte fra i suoi capelli, in modo che lei mi guardasse. Quella nuova posizione, con lei semidistesa sul mio grembo, le fece inarcare la schiena e il rigonfiamento dei suoi seni attirò il mio sguardo. Il suo petto si alzava e si abbassava al ritmo del respiro affannoso, sottolineando quelle dolci curve. Avrei voluto tracciare ciascun complesso vortice di pizzo attorno ai suoi capezzoli duri, guardarla tremare in risposta.

    Sapevo che lo avrebbe fatto.

    Vibrante di voglia com’era, la più leggera delle carezze le avrebbe fatto prendere fuoco. Già ardeva splendente come un faro, la sua energia e il suo odore che attiravano l’attenzione di parecchi dei demoni che ci circondavano.

    Va’ a prendermi qualcosa da bere, dissi nella sua mente, accarezzandole la gola con l’altra mano. E prendine anche per te, prima di prendere fuoco.

    Rischio più di morire di noia, rispose sarcastica lei.

    Sempre con la risposta pronta. Era ora di vedere il suo bluff.

    Oh? chiesi io, con una punta di minaccia.

    Tirandole i capelli, le ordinai di alzarsi, quindi me la portai bruscamente in grembo di traverso. Mantenendo la presa sui suoi capelli, forte quanto bastava per farle capire chi comandava, la avvicinai a me fino a quando le sue mani non mi afferrarono la camicia per mantenere l’equilibrio.

    Per cui, se ti accarezzassi fra le gambe, dissi con pensieri sensuali, non ti troverei bagnata?

    Le si mozzò il fiato, un piccolo suono di agitazione erotica che mi fece un effetto squisito. Zoe si mosse sul mio grembo e io mi godetti ogni minuscolo movimento, il modo in cui il suo corpo sfregava contro il mio.

    Volevo farla agitare ancora un po’ di più.

    Tenendola con fermezza, appoggiai una mano sul suo ginocchio, per poi far danzare le dita lungo l’interno della sua coscia con movimenti lenti e tormentosi.

    Il suo respiro accelerò sempre di più, le unghie che si conficcavano nella mia camicia. A quella distanza, il profumo della sua eccitazione caricava l’aria più forte che mai, il richiamo di una sirena per i miei sensi.

    Di solito, ero orgoglioso della mia capacità di dividere in eguale misura la mia attenzione fra più attività complesse ed ero in grado di mantenere due conversazioni diverse ad alta voce e fra menti contemporaneamente, senza commettere un solo sbaglio. Ora, tuttavia, con Zoe che si contorceva deliziosamente nel mio grembo e la mia mano sotto la sua gonna, trovavo fastidiosamente difficile tenere traccia della mia discussione con Zaquiel.

    Dovevo darmi una mossa. Quell’incontro era troppo importante per mandarlo a monte solo perché mi ritrovavo ridotto alle mie voglie più primitive a causa di una femmina sul mio inguine.

    Non importava quanto inebriante lei potesse essere.

    “Mi rendo conto che le vostre linee di rifornimento sono compromesse,” dissi in risposta all’ultimo commento del Caduto. Riuscivo a malapena a ricordare i dettagli della conversazione. “E apprezzo che siate disposto a riconsiderare i termini del nostro accordo.”

    Ora a pochi centimetri dalla sommità delle cosce di Zoe, le mie dita toccarono un’umidità scivolosa: i suoi succhi, che ricoprivano la pelle così vicino alle sue parti intime. Le mie narici fremettero, il membro già dolorosamente duro che guizzava in risposta al suo desiderio.

    Zoe emise un suono che, per quanto sembrasse impossibile, mi fece indurire ancora di più, quindi il suo dimenarsi sconcertato fece sfregare il suo fianco contro la mia asta.

    Potenti scosse di voglia partirono dal mio inguine per correre lungo tutti i nervi del mio corpo. La mia presa sui suoi capelli si accentuò, le mie dita che affondavano nella pelle morbida della coscia.

    Il suo sguardo incrociò il mio, le pupille dilatate dall’eccitazione, le guance tinte di un roseo rossore e le labbra… piene, schiuse, che praticamente invitavano il bacio.

    Ci volle uno sforzo considerevole per non ribaltarla sulla chaise longue e tuffarmi dentro di lei.

    Sconvolto da una voglia feroce di cui non avevo mai visto l’eguale, dissi nella sua mente: Vai a prendere da bere e poi me la spinsi via dal grembo, per dare a entrambi un momento per raffreddare i bollenti spiriti.

    L’inferno sapeva che ne avevo bisogno quanto lei.

    Zoe barcollò e io la afferrai per i fianchi per assicurarmi che non si sciogliesse sul pavimento. E già che avevo le mani lì, cedetti all’impulso di passarle sulla curva del suo sedere, accarezzando la pelle appena al di sotto dell’orlo del vestito.

    Mi sembri un po’ incerta sulle gambe, dissi, caricando la voce mentale di sensualità per nascondere il mio turbamento. Forse dovrei farti strisciare.

    Non tirare troppo la corda. Gli occhi di Zoe avevano una luce omicida.

    Non è quello che sto facendo. Le passai delicatamente le dita lungo l’interno delle cosce. Ti sto incoraggiando.

    Eh, oh, com’era divertente.

    Per prevenire risposte pungenti, la feci voltare, le diedi una pacca sul sedere e la spinsi lontano da me – con delicatezza, naturalmente, per evitare che inciampasse su quelle gambe così poco stabili. Non era il caso che si spiaccicasse la faccia a terra di fronte al mio ospite.

    Laggiù, a destra, le spiegai mentre rispondevo alla domanda che mi aveva appena fatto Zaquiel.

    La guardai allontanarsi, ammirando il modo in cui il vestito sembrava accarezzarle il sedere a ogni passo. Con riluttanza, riportai la mia attenzione su Zaquiel, deciso a sbrigare la parte di affari dell’incontro mentre Zoe era lontana a sufficienza da permettermi di concentrarmi su qualcosa che non fosse la sensazione della sua pelle sotto le mani.

    “Siamo d’accordo, allora,” concluse Zaquiel qualche minuto dopo. Ci stringemmo la mano per suggellare l’accordo.

    Zoe scelse proprio quel momento per fare ritorno, attraversando la folla con quel genere di sensualità cruda – del tutto priva di artifizio – che non capitava spesso di vedere fra i demoni. Seguii la sua avanzata con palese interesse, lasciando che la mia fame di lei fosse visibile sul mio viso, con tanti saluti ai confini confusi di una sciarada che era riuscita ad alterare le mie intenzioni. 

    L’umana aveva trangugiato l’intero bicchiere di acqua quando ci raggiunse e ora si portò alle labbra quello con il liquido dorato.

    Le strappai la bevanda di mano prima che lei potesse bere un sorso. “L’amrit non fa per te, tesoro.”

    Accigliandosi, Zoe obbedì al mio ordine silenzioso di tornare a sedersi ai miei piedi.

    “Perché no?” chiese Zaquiel. “Sarei curioso di vedere che effetto le farebbe. È trascorso parecchio tempo dall’ultima volta in cui l’ho visto somministrato a un essere umano.”

    “Non le fa bene,” risposi senza fare una piega, per poi sorseggiare l’amrit.

    Avevo visto l’effetto che quella bevanda poteva fare ai mortali. Se davvero avessi voluto umiliare Zoe, avrei dovuto semplicemente lasciare che assaggiasse il liquido dolce e godermi lo spettacolo. Il fatto che non presi in considerazione – nemmeno per un istante – di darle l’amrit dimostrava quanto fosse superficiale il mio bisogno di renderle pan per focaccia.

    Zaquiel sospirò. “Che peccato.”

    Già. Forse avrei dovuto dare le dimissioni da demone. Eccomi lì, con l’occasione perfetta di punire l’umana che mi aveva messo in trappola e vendicarmi per quell’imbarazzante accordo nuziale. E tuttavia, mi ritrovavo indisposto a mortificarla in quel modo.

    Anzi, la sola idea spinse qualcosa di oscuro e ferino dentro di me a snudare i denti.

    Che cos’è… l’amrit? La voce mentale di Zoe nella mia testa mi strappò dalla contemplazione sconvolta del mio più recente scivolone in quella che non poteva essere altro che pazzia.

    Sai cos’è l’ambrosia? comunicai in risposta.

    Il nettare degli dèi?

    La questione è un po’ più complicata, ma sì. Bevvi un sorso dal bicchiere, crogiolandomi nel gusto dolce del vino degli immortali. Le sostanze umane non hanno alcun effetto su di noi, ma l’amrit sì.

    In pratica, è l’alcol dei demoni?

    Sorrisi nel bicchiere. La cosa più simile.

    E cosa fa agli umani?

    Cose imprevedibili. Il mio umore si fece cupo mentre la mia mente evocava immagini dell’effetto che avrebbe potuto farle l’amrit. Non è fatto per essere consumato dai mortali.

    La afferrai alla nuca con la mano libera e le massaggiai il collo. Quel semplice tocco soddisfece un bisogno crudo fino a quel momento a me sconosciuto. La sentii tremare sotto la mia mano, protendersi verso la mia carezza.

    Ma io lo sono? chiese lei. Ancora mortale, intendo.

    La presa della mia mano sulla sua nuca si accentuò prima che io riprendessi il controllo e ingentilissi ancora una volta il tocco. Non ho intenzione di correre il rischio.

    Proseguii la parte più informale della mia conversazione con Zaquiel, scambiando con lui chiacchiere e pettegolezzi su chi aveva fatto cosa e dove; se Zoe avesse prestato attenzione alle nostre parole, avrebbe scoperto che i demoni potevano competere con i peggiori pettegoli umani. Invece, la sua attenzione era completamente concentrata sul modo in cui io la toccavo, cosa palese nei pensieri vagabondi che proiettava come guanti sensuali – da me nascosti agli altri demoni – e con l’agitazione crescente della sua energia.

    Le passai una mano su e giù per il collo, facendole inclinare la testa all’indietro. Zoe si aggrappò alla mia coscia e i miei muscoli si tesero in risposta. Avrei dovuto insistere un po’ di più. Avevo a malapena messo alla prova i limiti del nostro accordo. Se non altro, avevo bisogno di mantenere le apparenze per far sì che la sciarada sembrasse genuina agli occhi di Zaquiel.

    Feci scivolare le dita lungo la mascella di Zoe, fino alle sue labbra – e quasi mi strozzai con l’amrit quando lei aprì la bocca e mi succhiò il pollice.

    Avvertii la sensazione fino al membro.

    Un pensiero errante le sfuggì. Qualcosa riguardo a una frittata da girare? Affascinato, mi trattenni, aspettando la sua mossa successiva. Quando lei inclinò la testa e sfregò la guancia sulla mia erezione – provocando un guizzo entusiasta – accentuai nuovamente la presa sui suoi capelli.

    Cambiando posizione sul cuscino, Zoe si voltò parzialmente verso di me, incrociò il mio sguardo. Gli occhi velati dalla lussuria, mi fissò per un istante e la fame vogliosa nella sua espressione per poco non fu la mia rovina.

    Le sue mani mi scivolarono su per le cosce fino a quando le sue dita non sfiorarono il mio membro dolorosamente duro attraverso il tessuto dei pantaloni.

    Presi fiato. Per alcuni, inquietanti secondi, non seppi più cosa ci facevamo lì e perché fossimo ancora vestiti e con dello spazio fra i nostri corpi.

    All’apparenza pienamente immersa nel suo ruolo, Zoe accarezzò ancora una volta la mia erezione protesa, sostenendo per tutto il tempo il mio sguardo come in segno di sfida.

    Una sfida bella decisa.

    Alzando la posta, Zoe fece per aprirmi i pantaloni.

    Le afferrai i polsi con una mano sola prima che potesse arrivare fino in fondo. Per quanto ardessi dalla voglia di avere le sue mani – e la sua bocca – addosso, non le avrei permesso di succhiarmelo. Non lì, in pubblico.

    Nulla a che vedere con chissà quale senso del pudore – l’inferno sapeva che avevo fatto un sacco di cose in un sacco di luoghi pubblici. Una vita della durata di migliaia di anni portava con sé, prima o poi, l’esplorazione di tutti gli aspetti della sessualità, soprattutto quando gli altri non avevano praticamente nessun tabù. Quando ci trovavamo, finiva sempre tutto in ammucchiata, e la vera festa cominciava solo quando qualcuno iniziava a spogliarsi.

    Oppure no. Si potevano fare un sacco di cose quando si era parzialmente vestiti…

    Ma era proprio quella cultura della lussuria scatenata che faceva sì che io preferissi godermi le mie amanti in privato. In un mondo dove lo sfoggio pubblico dell’intimità era considerato quasi la base del decoro, mantenere privato il piacere era una sorta di ribellione. Avevo perso da tempo il gusto dell’esibizionismo e mi piaceva il controllo che mi conferiva – su me stesso e sulla mia immagine – tenere le mie tresche lontano dallo sguardo del pubblico.

    Ma dovevo fare qualcosa per Zoe, lì e ora. C’era la questione della nostra recita in favore della mia reputazione e una piccola – sempre più piccola – parte di me che ancora bramava la vendetta.

    Dopotutto, avevamo un accordo e io ero abbastanza demone da farglielo mantenere. Zoe mi aveva promesso lo spettacolo di una vita. Era ora che mantenesse la parola.

    Continuando a tenerle i polsi, posai il bicchiere sul tavolino e le afferrai il mento. Zoe mi guardò con gli occhi spalancati per un istante, dopodiché la mia bocca si posò sulla sua.

    Proprio come la prima volta in cui c’eravamo baciati, dopo quella parodia di cerimonia nuziale, il suo sapore fu un’esplosione di godimento. Dentro di me, imprecai. Non ci sarebbe stata una dolce introduzione, nessun incoraggiamento gentile, non quando una fame che non mi era per nulla familiare si levò dentro di me in risposta al suo sapore, come se bramassi un’altra dose di lei sin da quel primo, fatale incontro delle nostre labbra.

    Rifiutai di ammettere che ciò fosse vero.

    E tuttavia, la leccai in una maniera sgradevolmente simile alla disperazione. Il brivido che mi attraversò quando lei si aprì con trasporto a me e mi divorò a sua volta fu inquietante nella sua intensità. Zoe gemette nella mia bocca, il corpo che tremava quando io le mordicchiai il labbro inferiore.

    Facendola alzare in piedi, staccai la bocca dalla sua prima di annegare in quel bacio che avrebbe dovuto ammaliare lei. Le sfiorai la gola con le labbra, la scollatura del vestito e il gonfiore dei seni. Nel momento in cui la mia bocca si chiuse sul suo capezzolo turgido, lei sussultò come fulminata. Il suo gemito fu musica per le mie orecchie. Il desiderio mi contrasse le palle mentre prendevo fra i denti il bocciolo rigido, il pizzo leggero del vestito più decorazione che barriera.

    Le spostai entrambe le braccia dietro la schiena e le assicurai ancora una volta con una mano attorno ai polsi, e la nuova posizione le fece inarcare il petto, presentando i suoi seni come un’offerta in un sacrificio carnale.

    E come qualunque demone che si rispetti, io accettai.

    Sommersi di attenzioni un seno alla volta, succhiando e mordicchiando con gioia scatenata, affamato della sensazione di lei quanto lo ero delle sue reazioni. Ogni ondulazione, ogni respiro affannoso, ogni filo del profumo sempre più intenso della sua eccitazione, spegnevano la mia sete e al tempo stesso acuivano la mia fame.

    Zoe era vicinissima, lo capii, e io avevo disperatamente bisogno che venisse. Se avessimo proseguito ancora a lungo, avrei buttato al vento i miei principi e l’avrei presa di fronte a tutti.

    Contorcendosi nella mia presa, lei sfregò le cosce, implorando silenziosamente qualcosa di più.

    Beh, il silenzio non andava bene.

    Chiedimelo, dissi nella sua mente, avendo la buona grazia di non farglielo dire ad alta voce.

    Le si mozzò il fiato. E tuttavia, resistette, mentre dentro di lei il bisogno ardeva luminoso come il fuoco.

    Che testardaggine.

    Chiedi.

    Per sottolineare l’ordine, le morsi leggermente il capezzolo, facendo scivolare la mano sulla curva piena del suo sedere.

    Zoe tremò nella mia presa, l’energia sospesa nel momento.

    E poi–

    Ti prego. Un sussurro dolcissimo nella mia mente.

    Il trionfo esplose dentro di me, un’ondata profonda e divorante di piacere che mi sconvolse.

    Le afferrai il ginocchio destro, le tirai la gamba sopra la mia coscia in modo che fosse parzialmente a cavalcioni di me, spingendo contro la sua schiena con la mano con cui le tenevo i polsi. Il movimento la spinse contro la mia coscia, concentrando la pressione su quelle parti di lei che ormai dovevano essere gonfie di voglia, sofferenti per la mancanza di stimoli.

    La strattonai più vicino a me, afferrandole il seno con la mano libera mentre le mordevo il collo con la giusta quantità di forza – e lei esplose.

    Contorcendosi nella mia presa, Zoe cavalcò l’onda dell’orgasmo, i suoi gemiti nel mio orecchio che mi facevano rabbrividire. Il mio cuore tuonò mentre la sorreggevo nella marea dell’orgasmo, una sorta di soddisfazione tesa che mi colmava per averla fatta crollare sotto il mio controllo. Ricadde contro di me con il volto sepolto nel mio collo, il respiro incerto era come una carezza calda sulla mia pelle.

    Quando le lasciai i polsi, lei si strinse le braccia al petto nello spazio fra i nostri corpi.

    “Magnifico,” disse Zaquiel. Nascosi a malapena il mio sussulto.

    Mi ero quasi dimenticato della sua presenza.

    Esitai, prendendo atto della stanza e della folla che ci circondava, tutti particolari che erano sinistramente svaniti mentre io mi occupavo di Zoe.

    Non sarebbe dovuto accadere.

    Non perdevo mai traccia di quello che mi circondava. Soprattutto non in compagnia di tanta gente.

    Zoe si irrigidì, le dita che si contraevano nella mia camicia. Posai una mano sulla sua testa, facendo scivolare una ciocca dei suoi capelli fra le dita mentre le infilavo l’altra mano in fondo alla schiena.

    La sua energia cambiò, con una nota amara che si infiltrava nel suo profumo.

    Ah. Ecco l’imbarazzo.

    Ero stato io a volerlo, a spingerla fino a quel punto, a progettare di farle provare un minimo di mortificazione.

    Tuttavia, mentre lei giaceva esausta contro di me, provando esattamente quello che avrei voluto farle provare… ciò non mi diede la minima gratificazione.

    Al contrario.

    Sotto le mie mani, Zoe cominciò a tremare e io avrei voluto prendermi a calci. Il suo odore, normalmente dolce e pieno, profumato di spezie quando era arrabbiata, conteneva ora una nota acre, un’amarezza che riecheggiava il sapore che aveva in bocca.

    Potevo sopportare la sua rabbia, perché la rendeva una compagna di allenamento verbale perfetta, ma quello… quello, mi resi conto con immensa perplessità, non potevo proprio affrontarlo. Invece di essere appagante, vederla in quelle condizioni – sconfitta – strattonava qualcosa dentro di me che protestava rumorosamente e dolorosamente agli strattoni.

    Un pensiero vagabondo di Zoe penetrò il vortice dei miei. Vorrei infilarmi sotto una coperta e nascondermi.

    Strinsi i denti e masticai il mio disagio, comprendendo – per la prima volta in vita mia – il significato dell’espressione “vittoria di Pirro.”

    Chinandomi per fare spazio, estroflessi le ali. Apparvero con un sibilo e io le avvolsi attorno a noi, un bozzolo di oscurità di raso, attenuata appena dalle fiamme che danzavano sulle piume.

    Ora nascosta alla vista, Zoe sussultò, si mosse – e si immobilizzò. In un gesto che mi stupì, allungò una mano e mi sfiorò le piume. Udii la sua delicata inalazione e capii che avvertiva il calore pungente del mio fuoco alare.

    Io, dal canto mio, avvertivo intensamente il calore pungente del suo tocco.

    “Azazel,” disse Zaquiel con uno schiocco di lingua.

    Sospirai, atteggiandomi a un’aria di sopportazione condiscendente. “Che posso dire? Le piace giocare con le mie piume e io lo trovo gradevole.”

    Zoe ritrasse di scatto la mano, come se la mia ala l’avesse morsa.

    Le passai le dita fra i capelli mentre un divertimento incipiente erodeva in parte il disagio che mi stringeva il petto. 

    Zaquiel fece un commento riguardo al fatto che stavo viziando il mio animale domestico, ma io lo ignorai per rivolgermi alla mente di Zoe. Prenditi un attimo per ricomporti.

    Avvertii, più che sentirla, la sua brusca inalazione.

    Non cadrai a pezzi qui, aggiunsi, spinto da una necessità che non riuscivo ancora a comprendere del tutto. Non si fa.

    Zoe era un fuoco crepitante di ribellione, non un sottile filo di fumo facile da dissipare. Volevo che se la prendesse con me, i denti snudati e gli occhi che lampeggiavano, un attimo prima che le mie mani le afferrassero il viso per attirarla in un bacio che avrebbe rubato le parole di rabbia dalle sue labbra, sostituendole con suoni di piacere.

    Volevo che si sciogliesse sotto il mio tocco, nell’intimità delle mie stanze, solo per i miei occhi.

    La volevo stesa sul mio letto, morbida e sazia.

    La volevo.

    Ma per averla, dovevo riparare ciò che avevo appena rotto.

    Spostai l’ala fino a vedere il suo volto, quindi le sollevai il mento in modo da farle incrociare il mio sguardo. Un velo di lacrime non versate le luccicava negli occhi e qualcosa di corrosivo mi bruciò a quella vista. I muscoli della sua gola si muovevano mentre deglutiva, il respiro irregolare.

    Quando io ritrarrò le ali, dissi nella sua mente, senza interrompere il contatto visivo, tu terrai la testa alta come la piccola umana forte che sei.

    Le accarezzai il labbro inferiore col pollice.

    Hai appena fatto sì che tutti gli altri demoni presenti in questa stanza invidino il mio diritto esclusivo di toccarti.

    Zoe esitò e uno splendido rossore le tinse le guance.

    Per cui, quando li affronterai, proseguii, lo farai sapendo di essere qualcosa che loro desiderano, ma non possono avere. Mostra loro com’è guardare qualcosa di inottenibile, tesoro. Comportati come se fossero roba tua.

    Ed ero sincero fino alla fine.

    Zoe deglutì faticosamente un’altra volta, lo sguardo che continuava a incontrare e ad allontanarsi dal mio. Chi sei, chiese infine, e cosa ne hai fatto di Azazel?

    L’ondata di sollievo che mi attraversò di fronte a quella domanda retorica era quasi da vertigini. Ecco, dissi. Così va meglio.

    In quel momento, Zaquiel mi chiese qualcosa e io dovetti distogliere a forza la mia attenzione dalla donna che mi dava una spaventosa sensazione di giustezza fra le braccia e concentrarmi invece, per una volta, sul mio onorevole ospite.

    Se non altro, la conversazione distraente con Zaquiel diede a Zoe il tempo di cui aveva bisogno per rimettersi in sesto. Continuai ad accarezzarle la schiena con languide carezze e lei si rilassò sempre di più a ogni scivolamento della mia mano, fino a quando non giacque con la fronte sulla mia spalla, il fiato che mi riscaldava la pelle anche attraverso la camicia.

    Una volta che il suo odore fu libero dalle note amare che avevo sentito in precedenza, la pungolai.

    Pronta?

    La risposta di Zoe giunse senza esitazione, la voce mentale ferma. Sì.

    Tratto un respiro profondo, si alzò e io aprii le ali per lasciarle spazio.

    Mentre Zoe si raddrizzava, le dissi mentalmente: Fai loro un sorriso che li spinga a chiedersi cosa hai combinato sotto le mie ali.

    Mettermi le dita nel naso senza che nessuno mi vedesse?

    La mia risata fu rapida e silenziosa, il divertimento che mi gorgogliava nelle vene un sollievo bene accetto. Lascia che pensino che le tue dita si siano infilate da qualche altra parte.

    Zoe incrociò il mio sguardo con un sorriso che le sfiorava la bocca e quella vista fece guizzare qualcosa nel mio petto. Quando lei volse quel sorriso sbarazzino verso la stanza e, già che c’era, si morse il labbro, mi venne voglia di portarla nei miei alloggi in quell’istante.

    “Guarda un po’,” mormorò Zaquiel, “è proprio una splendida visione. Devo tornare a casa, ma mi piacerebbe molto prenderla con me. Facciamo così: prestamela per un po’ e io ricambierò con una spedizione in più.”

    Dovetti ricordare a me stesso che era maleducazione tirare il collo a un ospite onorevole.

    Zoe si irrigidì nel mio grembo, stringendomi la camicia con le dita.

    Il fatto che si aggrappasse a me quando si sentiva minacciata stimolava la parte più primitiva della mia natura.

    “Lord Zaquiel,” dissi con più pazienza diplomatica di quella di cui mi ritenevo capace, la mano infilata possessivamente nei capelli di Zoe, “mi duole declinare la vostra generosa offerta, ma temo di non essere ancora sazio di lei.”

    “Capisco.” Lo sguardo del Caduto si abbassò con fare eloquente sul mio inguine, dove il mio membro era ancora dolorosamente duro, grazie al fatto che il corpo leggiadro di Zoe premeva ancora contro il mio. “È giusto. Ma valeva la pena tentare.” Mi rivolse un sorriso sghembo mentre si alzava. “Nel caso dovessi stancarti di lei, fammelo sapere.”

    Un corno.

    Chinai il capo e mi alzai, dicendo a Zoe di fare lo stesso.

    Cammina dietro di me, dissi nella sua mente mentre mi affiancavano a Zaquiel e lo seguivo. E ricordati che tu sei un boccone che nessun altro avrà modo di assaggiare, per quanto sbavino.

    Ci incamminammo verso la porta mentre, attorno a noi, proseguiva la bisboccia. La festa sarebbe continuata anche dopo la nostra partenza: la mia gente accoglieva sempre con entusiasmo l’opportunità di divertirsi. Lavoravano duro e io non me la prendevo con loro quando avevano bisogno di rilassarsi un po’.

    Bocconcino, giunse un pensiero vagabondo da parte di Zoe, colpendomi come un uccello diversamente abile al volo. Cino il bocconcino.

    Per poco non misi un piede in fallo e un sorriso ferino si allargò sulle mie labbra.

    Accompagnai Zaquiel fino all’atrio, dove ci stringemmo gli avambracci e ci salutammo prima che il Caduto si rivolgesse a Zoe con un barlume di interesse negli occhi che mi fece rizzare i capelli.

    “Spero proprio di rivederti, Zoe. Magari in un contesto più intimo.”

    Resistetti all’impulso di aggiungere le sue ali alla mia collezione. Zoe si inchinò profondamente, tenendo a freno la lingua.

    Guardai con non poco sollievo Zaquiel uscire dall’enorme portone d’ingresso per tornarsene in volo alla sua tenuta. Quando il portone si chiuse alle sue spalle e io potei finalmente rivolgere l’attenzione all’attività più piacevole di convincere la mia pungente moglie umana a dividere sul serio il mio letto, mi ritrovai di fronte Zoe che mi fissava con espressione inorridita.

    Mi immobilizzai, congiungendo le sopracciglia. Zoe stava benissimo appena un minuto prima. Cosa poteva essere succe–

    “Sono–” Zoe si schiarì la voce. “Sono trofei quelli?” La sua mano tremante accennò alle ali appese alle pareti.

    Ah.

    Accidenti.

    “Bottino di guerra,” dissi senza sbilanciarmi, facendo lentamente un passo verso di lei.

    Zoe indietreggiò barcollando, come una cerva spaventata che aveva visto un lupo.

    “Le hai prese ai demoni che hai ucciso?” Il suo respiro era troppo veloce, le pulsazioni una tempesta di tamburi.

    “Alcuni li ho uccisi, altri li ho lasciati vivere,” risposi, non vedendo alcuna utilità nel mentire. Dovevo tranquillizzarla in modo diverso. “Noi demoni possiamo sopravvivere alle amputazioni. Gli arti rimossi ricrescono. Prima o poi.”

    Cercai ancora una volta di avvicinarmi a lei, con prudenza, lentamente, consapevole del tremito delle sue membra, di come i suoi muscoli si tendessero in preparazione alla fuga.

    L’avrei inseguita, se lei fosse fuggita.

    Il suo sguardo continuava a correre alle ali, il viso mortalmente pallido. Era già mezza andata e le mie possibilità di tranquillizzarla diminuivano di secondo in secondo.

    “Zoe,” azzardai, il tono di voce tranquillizzante.

    In quel momento, lei mi guardò e il suo dolce, allettante profumo virò bruscamente verso le note acri della paura.

    Non era mai stata così spaventata da me. Anche quando ero apparso nel suo appartamento, avvolto nelle ombre e nelle fiamme, minacciando di portarla all’inferno con me, lei non aveva provato quel livello di panico. La donna sensuale che aveva tremato di piacere sotto le mie mani era svanita e al suo posto rabbrividiva una creatura ridotta all’istinto basilare di scappare a gambe levate da un superpredatore.

    Dovevo sistemare le cose.

    “Zoe,” tentai nuovamente; ma lei scosse la testa, gli occhi sbarrati.

    “Credo… Ho bisogno… È stata una giornata lunga… Meglio che torni… nelle mie stanze,” balbettò lei, il sorriso fragile e forzato. “Potresti… indicarmi la strada?” Agitò le braccia verso le arcate che conducevano lontano dall’atrio. “O magari… Qualcuno potrebbe accompagnarmi? Hekesha?” 

    Zoe si allontanò lentamente da me, tenendomi nel suo campo visivo, come se ci fosse il rischio che le saltassi addosso non appena mi avesse voltato le spalle.

    Tenni sotto controllo il mio potere, per evitare che si scatenasse, e mantenni un tono di voce tranquillo. Forse sarei riuscito a distrarla, a deviare la sua attenzione. “A proposito, come hai fatto a uscire dalle tue stanze?”

    Se la mia domanda ebbe un effetto, fu quello di incrementare lo stress di Zoe. L’umana rabbrividì visibilmente.

    Fantastico.

    Zoe sembrava a un istante dal darsi alla fuga, i muscoli che guizzavano, il corpo angolato verso l’arcata più vicina.

    Feci un altro, lento passo in avanti, la voce più brusca di quanto volessi. “No.” Ovviamente, lei si voltò e si mise a correre.

    Imprecai sottovoce e la inseguii. La raggiunsi in due passi, stringendomela al petto con le braccia avvolte attorno al suo corpo. 

    “Fermati,” le mormorai all’orecchio, continuando disperatamente a cercare di tranquillizzarla.

    Senza esito.

    Zoe lottò come un gatto infernale, graffiandomi le braccia, scalciandomi contro le gambe, dimenandosi così forte che temevo si facesse del male.

    Era ora di darci un taglio.

    “D’accordo.” Accentuai la presa con un braccio e sollevai la mano libera per portargliela alla fronte. “Dormi,” mormorai, spingendo il comando nella sua mente.

    Zoe si lasciò ricadere contro di me, svuotata della combattività mentre la sua coscienza si addormentava.

    Esalando un respiro tremante, la sollevai fra le braccia e la portai fuori dall’atrio, verso i miei alloggi.

    Dormire l’avrebbe guarita dal panico e, al suo risveglio, avremmo parlato.

    Avevo delle cose da chiarire, delle intenzioni da dichiarare.

    Zoe non aveva forse sempre voluto la mia attenzione? Mi aveva praticamente ordinato di comportarmi come il marito che avevo pseudo-giurato di essere. Beh, il suo desiderio stava per essere esaudito.

    Perché io avevo tutta la fottuta intenzione di consumare il matrimonio.

    * * *